Le stelle su Madrid: quando Barcellona faceva la rivoluzione e combatteva per la Spagna

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E’ uscito il romanzo di Bruno Giannoni che racconta la guerra civile spagnola e l’intervento delle brigate Internazionali. Un lungo affresco eroico fatto di sogni e speranze cancellate dal fascismo franchista.

“L’ingresso nel Mediterraneo avvenne nell’oscurità, nel limite delle acque tenute aperte al traffico internazionale dal naviglio leggero e dalle batterie britanniche di Gibilterra. Fino al Capo de Gata navigarono in acque internazionali, sotto la discreta protezione di due cacciatorpediniere della Marina Repubblicana, dopodiché il cargo mosse a tutta forza lungo la costa ancora in mano repubblicana passando davanti ai porti di Cartagena, Alicante e Valencia per giungere al porto di Barcellona.
Ernest e i suoi compagni sentivano già cambiata l’aria che, nonostante la limpidezza delle acque e il caldo mitigato dal vento di quell’ottobre mediterraneo, era piena dei segnali di guerra. Le vedette in plancia e in coperta erano state raddoppiate, il Capitano aveva chiesto anche a loro la disponibilità per alcuni turni; nel passaggio tra la costa e le isole Baleari riapparve la scorta dei due cacciatorpediniere e spesso una sezione di piccoli e lenti biplani, con le ali attraversate dalle bande rosse della Fuerza Aerea de la Republica Espagnola, li sorvolava a garantire la sicurezza della libera navigazione. L’equipaggio aveva già iniziato a predisporre le attrezzature di coperta per scaricare velocemente a Barcellona.Entrarono nel porto di Barcellona accolti dalle sirene di saluto della navi alla fonda, i due caccia erano stati rilevati all’imboccatura del porto da un rimorchiatore e da una lancia, un pilota era salito a bordo e, assieme a lui un uomo in divisa, con una giubba color terra e una fascia rossa al braccio. Un miliziano.

Mentre il Pilota prendeva posto in plancia con il Capitano, il Primo Ufficiale di Coperta aveva accompagnato il miliziano da Hall e dal gruppo di uomini già pronti a sbarcare. Hall pareva avesse assunto il comando con l’assenso di tutti: si salutarono portando alla fronte il pugno sinistro chiuso ed Ernest sentì qualcosa rinsaldarglisi dentro mentre compiva quel gesto. Quasi una nuova consapevolezza, una conferma forte per tutti loro, per tutti gli altri di prima e di dopo, una conferma forte della giustezza della loro presenza in terra di Spagna come del fatto che per un numero ignoto di loro quella sarebbe stata la terra in cui sarebbero rimasti per sempre.
Erano arrivati.

Il miliziano era un tedesco, disse, un volontario ricercato come criminale politico nella Germania Nazista perché riconosciuto ebreo e attivista del Partito Comunista Tedesco, era riuscito a espatriare con l’aiuto del Rot Front clandestino. Si era arruolato pochi mesi prima nella Milizia Popolare e con l’arrivo dei primi volontari antifascisti da altre Nazioni aveva avuto il compito dal Comando della Milizia Popolare di Barcellona di accogliere i volontari che fossero giunti via mare. Al suo ufficio sarebbero stati registrati e inviati subito verso la zona di Albacete per essere equipaggiati e addestrati prima dell’assegnazione a un Fronte e a una Colonna: ma già si sentiva dire che i volontari stranieri sarebbero stati assegnati a nuove unità operative, Battaglioni e Brigate delle varie nazionalità che si sarebbero formate, a breve, sul modello del Quinto Regimiento formato a Madrid dal Partito Comunista, il Reggimento di Ferro.

Hall si era come irrigidito nel saluto, era tornato a essere un soldato, un soldato che stavolta avrebbe combattuto per ideali più alti e universali che non per i grandi giochi del Capitale, della Finanza, del Controllo del commercio mondiale come era stato nella guerra conclusasi nel 1918. Con un comando secco ordinò ai Volontari di scendere dalla scaletta della nave in fila, in ordine, al passo, come aveva loro insegnato. Intanto sul molo si era raccolta una piccola folla, si era diffusa la voce che quegli uomini che sarebbero scesi dalla nave, con le sacche da viaggio sulle spalle e quelle assurde tute da fuochisti, venivano addirittura dall’America per combattere per la causa repubblicana, che erano “compagni” americani. Quando scesero sentirono l’orgoglio di essere arrivati, passarono, loro, un gruppetto di uomini qualsiasi, le barbe lunghe, i panni cenciosi addosso, tra due ali di gente che li salutava levando il pugno chiuso e cantando l’Internazionale…

…Arriba los pobres del mundo
En pie los esclavos sin pan.
Alcémonos todos, que llega.
La Revolución Social.
La Anarquía ha de emanciparnos
de toda la explotación
El comunismo libertario
será nuestra redención.

Agrupémonos todos
a la lucha social
Con la FAI lograremos
el éxito final

Color de sangre tiene el fuego
color negro tiene el volcán
Colores negro y rojo tiene
nuestra bandera triunfal
Los hombres han de ser hermanos
cese la desigualdad
La Tierra será paraíso
libre de la Humanidad.

Agrupémonos todos
a la lucha social
Con la FAI lograremos
el éxito final
Agrupémonos todos
a la lucha social
Con la FAI lograremos
el éxito final.

Barcellona l’Anarchica, Barcellona la Rosa di Fuoco per la passione politica che esprimeva, fortilizio della FAI, della C.N.T. e del POUM (Federazione Anarchica Iberica, Confederacion Nacional del Trabajo e Partido Obrero Unficado Marxista), li salutava con i versi della “sua” Internazionale.
Ernest, come tutti gli Internazionali, seppe poi delle tragiche giornate di Maggio del ’37 di Barcellona, le giornate in cui gli Asaltos comunisti e reparti dell’Ejercito Popular Republicano, sopraffecero con le armi i presidi operai anarchici e del POUM.
Una storia lunga e tragica da raccontare, con mille motivazioni tutte vere e tutte false, una storia come tante ne sono avvenute, in più di un secolo di storia, tra i movimenti antifascisti e anticapitalisti nel mondo. Il sogno, sempre infranto, della Unità della Classe Proletaria nel mondo.
Le Brigate Internazionali erano allora lontane da Barcellona, erano sui fronti attorno a Madrid, verso Segovia. Gli Internazionali seppero dell’accaduto mentre erano impegnati a lottare e morire contro i fascisti d’Europa.
Il giorno in cui quella decina di volontari malmessi e confusi sbarcarono dalla “Etoile du Nord” non c’erano bandiere o autorità ad accoglierli: solo pugni levati e quel canto corale della gente del popolo di Barcellona. Ernest ebbe allora paura, ebbe paura della propria incapacità di poter corrispondere in modo adeguato a quello che con quel canto si chiedeva anche a lui.
Quasi marciando al passo raggiunsero un fabbricato, lì, vicino, a poche centinaia di metri, una mensa popolare, degli uffici; una ragazza, con al braccio la fascia rossa e nera degli anarchici della F.A.I., portò loro del pane e dei piatti con qualcosa di caldo dentro, e del peleon. Volle baciarli tutti. Ernest si ricordava adesso anche di lei, della prima donna a cui si era dato in Spagna, perché quel bacio condiviso con gli altri compagni rappresentava un giuramento solenne, definitivo, di lotta.  Poi, mentre mangiavano, confusi per quanto stava accadendo, cominciarono a rispondere alle domande in spagnolo del miliziano tedesco – Weill, Rudolf Weill, si chiamava – aiutati dall’opera d’interprete di Ricardo. Generalità vere, se volevano, nome di battaglia, professione, esperienza militare ecc. Weill confermò Hall come responsabile del gruppo per la sua esperienza politica e militare. Ernest si scelse un soprannome: “Ernest Ingles”, così, quasi fosse uno snob.
Barcellona restò per lui un grande mistero: ne aveva visto solo un pezzo del porto e adesso Weill li aveva accompagnati al camion che li avrebbe portati verso il campo d’addestramento, a nord di Albacete. Si erano quasi ubriacati con il Peleon, stentarono a salire sul camion ed Ernest si addormentò in fondo al cassone, la testa riversa sul legno freddo del pancone. Il camion sobbalzava sulla strada litoranea verso Valencia da dove avrebbero proseguito per l’interno, per il campo di Villanueva de la Jara, a nord di Albacete.”

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