Scrivere racconti con Nabokov (e l’antologia con Tra le righe)

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Scrivere racconti e farsi votare dai lettori: la semplice formula del Nabokov Racconti

Sono i lettori di racconti a dare il loro voto e determinare poi l’inserimento e pubblicazione in antologia che pubblicheremo noi di Tra le righe e la successiva premiazione sul palco del teatro di Novoli-Lecce, nell’ambito del festival Incipit. Basta aver scritto un buon racconto e presentarlo al Nabokov Racconti.

La cosa è semplice. Gli autori per presentare i propri lavori devono iscriversi sul sito www.nabokovracconti.net usando come nome utente il loro nome e cognome (tipo: mariorossi), inserire la propria password personale, effettuate il log-in, compilare tutti i campi della sezione “Profilo”.

Poi inizierà il lavoro dei tanti lettori. Il Premio Letterario Nabokov Racconti è rivolto a tutte le storie di qualunque soggetto, di qualunque tema, che siano inedite. Ma soprattutto l’idea è quella di premiare la ricerca letteraria nella forma del racconto, forma stilistica che nel nostro paese è sempre stata considerata di livello inferiore al romanzo. Al Nabokov Racconti sono convinti che quello della composizione del racconto sia esercizio complesso, articolato, che racchiude in sé il seme dell’arte della scrittura.

Mica male come Incipit.

www.nabokovracconti.net

Folle solitarie: tra Alvaro e Dos Passos (e un capitolo sulla Prima guerra mondiale)

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In uscita per Tra le righe il saggio di Raffaella Rizzi sul romanzo con l’incontro letterario (mai avvenuto nella realtà) tra due grandi scrittori: Corrado Alvaro e John Dos Passos.Dalla prefazione del Prof. Mario Sechi abbiamo tratto questo brano:

Folle solitarie è un titolo molto suggestivo, che abbraccia come un vasto orizzonte i due scrittori presi in esame per un confronto, Corrado Alvaro e John Dos Passos, Esso ricalca l’intitolazione di un saggio molto noto del sociologo americano David Riesman, risalente al 1950 (The Lonely Crowd. A Study of the Changing American Characther), ma più in generale recupera una problematica che ha attraversato tre quarti del secolo scorso, a partire dagli anni compresi fra le due guerre mondiali e sino all’avvento della cultura del Postmoderno, nell’ultimo scorcio del secondo millennio. Raffaella Rizzi ha avuto la capacità non solo di inquadrare questa problematica con il necessario corredo di letture critiche e di riferimenti storici, di descriverla e di esplorarla in alcuni suoi aspetti ed esempi, ma anche di sentirla come qualcosa di intimo, di interiorizzato nell’esperienza delle generazioni passate, e giunto sino a noi.

Si tratta dell’esperienza di una solitudine di tipo nuovo, non quella del pastore sull’alpeggio e neppure quella del mistico, che sceglieva intenzionalmente la meditazione come percorso di estraniazione spirituale dal mondo: ma la solitudine, appunto, dell’uomo nella folla, una modalità del tutto inedita, e sconcertante, di percepire il confine della propria individualità non come  libertà, come apertura e potenzialità, ma come una prigione, che la promiscuità della società di massa accentua invece di attenuare. E il luogo deputato di questa solitudine è la metropoli, l’orizzonte metropolitano che concretamente, e anche nell’immaginario, investe la sensibilità e la psicologia di chiunque, anche dei periferici, anche dei migranti di ogni epoca, degli accampati attorno a noi, in attesa o in assedio.

Benché i due autori presi in esame da Rizzi non abbiano avuto, a quanto sappiamo, rapporti diretti fra loro, neppure attraverso la conoscenza reciproca delle opere scritte, lo schema comparatistico della tesi funziona e convince. Innanzitutto, perché evoca le radici comuni, che per entrambi affondano nella crisi delle forme codificate del romanzo modernista, naturalista e psicologico, e più in generale nel clima della grande crisi degli anni Venti e Trenta del Novecento. Il film Metropolis di Fritz Lang (1927), e il romanzo di Alfred Döblin Berlin Alexanderplatz (1929), rappresentano i più noti archetipi di una tipologia di narrazioni scritte e per immagini, destinate a scandagliare una varietà sterminata di fenomeni della cultura e della vita collettiva, pullulanti appunto dal vortice dell’urbanesimo contemporaneo.

“Capitale corrotta = nazione infetta”. Il saggio su Arrigo Benedetti fondatore e direttore dell’Espresso di Alberto Marchi

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“Capitale corrotta = nazione infetta”. Il saggio su Arrigo Benedetti fondatore e direttore dell’Espresso di Alberto Marchi

Il direttore dell’Espresso Arrigo Benedetti e Manlio Cancogni nel 1955 raccontarono gli affari del sindaco ingegnere e palazzinaro, Mister 400 miliardi, Salvatore Rebecchini, in una capitale d’Italia corrotto e infetta.
Pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro in uscita per Tra le righe libri “L’ostinazione laica. L’esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti” (pagg. 220 – euro 15,00 – ISBN 9788899141202).

L’impatto dell’«Espresso» nell’opinione pubblica e nella vita politica nazionale fu ben presto incisivo. Sul numero dell’11 dicembre 1955 Arrigo Benedetti lanciò in prima pagina il titolo destinato a entrare nel lessico giornalistico nei decenni a venire: Capitale corrotta = nazione infetta. È una delle pagine insieme più famose e più alte del nostro giornalismo del dopoguerra. Questo slogan introduceva all’inchiesta di Manlio Cancogni che veniva pubblicata a pagina 3 di quel numero, intitolata Mister 400 miliardi. Cancogni si sarebbe dovuto limitare in origine ad un ritratto del sindaco di Roma  Salvatore Rebecchini, uomo politico democristiano che di professione faceva l’ingegnere ed era anche assistente universitario, e che veniva considerato come un uomo molto legato al Vaticano. L’inviato dell’«Espresso» però non fu ricevuto nonostante una lunga anticamera. Non potendo intervistare il sindaco di Roma, Cancogni si mise perciò a studiare con attenzione la documentazione che sul fenomeno colossale della speculazione edilizia nella capitale aveva raccolto il consigliere comunale ed ex assessore della giunta capitolina Leone Cattani, che nelle sedute consiliari aveva più volte denunciato le malversazioni degli speculatori a danno dei cittadini. Ne venne fuori così un’inchiesta clamorosa, che in modo estremamente chiaro e diretto illustrava il meccanismo che permetteva alla Società Generale Immobiliare, le cui azioni erano di proprietà al 50% del Vaticano, di lucrare profitti immensi con la complicità del Comune:

Un vano a Vigna Clara − scriveva Cancogni − si vende a 1.300.000 lire. Il costo, si valuta 650.000 lire. Il margine va per metà alla Società edilizia Vigna Clara che ha costruito il quartiere, e per metà alla Società Generale Immobiliare, proprietaria dei terreni e che ha fatto il piano regolatore, subentrando al Comune, e ha dato alla zona il suo carattere di residenza di lusso. Oggi, grazie a questo nucleo così spiccatamente signorile, e naturalmente grazie ai lavori del Comune che oltre ad avere fatto la grande arteria di raccordo con la vecchia Cassia, ha portato sul luogo tutti i servizi, l’Immobiliare vende i terreni intorno a Vigna Clara a 40.000 lire al metro quadrato. Li aveva comprati a prezzo agricolo, intorno alle quattrocento lire.

Cancogni metteva in evidenza in modo esemplare un dato sconcertante: mentre le società immobiliari private (le maggiori, come la Società Generale e quelle minori ad esse collegate) costruivano quartieri di lusso che il Comune forniva di tutti i servizi, la vita dell’intera popolazione era compromessa. Roma, infatti, raccontava Cancogni, non aveva uno vero e proprio sviluppo industriale: 28 mila famiglie vivevano ancora nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del Campo Parioli, e oltre trecentomila famiglie erano costrette a pagare affitti a prezzi elevati, sproporzionati alle loro possibilità, oppure adattarsi a vivere in case vecchie, prive di servizi e spesso fatiscenti.

Per contro il Comune, anche per le spese necessarie a dotare le immense aree della lottizzazione dei servizi necessari, si era indebitato in modo consistente, dovendo pagare una quantità di denaro ingente di interessi. Per onorarli non bastava il gettito complessivo annuale delle imposte dirette.

Ciò che però spesso viene trascurato nelle ricostruzioni storiche o giornalistiche di questa magistrale inchiesta è il dato della continuità: «L’Espresso» non si limitò a pubblicare un articolo lasciando cadere la notizia, come sempre più spesso avviene nel giornalismo contemporaneo, senza dare un seguito di attenzione a fatti tanto eclatanti. Benedetti, al contrario, anche dopo un nuovo articolo di Cancogni che comparve nel gennaio del 1956, incalzò ripetutamene Rebecchini a intervenire pubblicamente su quanto raccontato dal suo giornale. Ma il sindaco non fece sentire mai la sua voce. Tanto è vero che di lì a pochi mesi la copertina del numero dell’8 aprile 1956 del settimanale romano, riproponendo il celebre slogan Capitale corrotta = nazione infetta, amaramente constatava: «La risposta di Rebecchini non c’è stata». Nell’occhiello «L’Espresso» precisava: «La nostra non è una gara con il sindaco, ma una campagna di interesse generale: invochiamo perciò sull’amministrazione di Roma un dibattito parlamentare». Era questo il vero obiettivo di Benedetti: fare della corruzione di Roma un caso esemplare.  Egli intendeva generare un dibattito nell’opinione pubblica che servisse a far prendere coscienza della gravità della situazione. Vi ravvisava pericoli per la democrazia e per le condizioni economiche e sociali della popolazione, insiti in comportamenti di quei pochi che per soddisfare le loro brame di ricchezza e di potere contribuivano a tenere in condizioni penose le decine di migliaia di diseredati sprovvisti di una casa.

L’affondo di Benedetti nei confronti del sindaco fu pertanto diretto ed inequivocabile. Nell’articolo appena citato, pubblicato in prima pagina con la data dell’8 aprile, a sua firma, scriveva:

Dunque l’ingegner Salvatore Rebecchini, sindaco di Roma, non ha risposto alle nostre accuse: l’avevamo incolpato di gravissime responsabilità amministrative, avevamo indicato in lui il rappresentante (diretto o indiretto è difficile dirlo senza un dibattito pubblico) di una clamorosa corruzione, avevamo descritto in che modo, nell’amministrazione municipale romana, l’interesse particolare abbia avuto sempre il sopravvento su quello generale; ma Rebecchini non ha risposto. Quando nel n. 11 anno I dell’«Espresso», il nostro redattore Manlio Cancogni descrisse con molto realismo ciò che succede nella divisione urbanistica del Comune, alcuni lettori scandalizzati ci domandarono se non avevamo per caso esagerato. Rispondiamo ora: non esagerammo.

Se la risposta di Rebecchini non era mai giunta, arrivò però la reazione della Società Generale Immobiliare e del suo presidente Eugenio Gualdi, anch’egli ingegnere, che querelò Cancogni per  diffamazione. I passi dell’articolo di Cancogni che avevano indotto l’Immobiliare a portarlo in tribunale erano principalmente questi: «Certo non è facile in Campidoglio resistere a una potenza come l’Immobiliare. I funzionari comunali, i tecnici, i membri della commissione ricevono stipendi assai bassi». Nel processo che ne seguì fu incriminato anche Arrigo Benedetti, inizialmente quale direttore responsabile del giornale, ma poi anche per concorso in diffamazione specifica: era avvenuto che nella prima udienza il direttore aveva personalmente precisato di aver partecipato attivamente alla preparazione del materiale dell’inchiesta1, facendo dunque una sorta di confessione non tanto della propria responsabilità, quanto sicuramente del suo coinvolgimento diretto nell’inchiesta.

La vicenda ebbe una vasta risonanza, sia nel mondo della stampa sia nel mondo della politica. «L’Espresso» aveva portato sotto i riflettori di un vasto pubblico fatti intorno ai quali le denunce e le polemiche aspre non erano mancate negli anni immediatamente precedenti. 2

Nel 1956 i giornali italiani seguirono da vicino il processo intentato a Benedetti e Cancogni. Le udienze furono alcune decine e alla fine del primo grado di giudizio la sentenza della IV sezione del Tribunale di Roma (29 dicembre 1956) fu di assoluzione per insufficienza di prove. L’Immobiliare ricorse in appello, come pure Benedetti e Cancogni che non erano soddisfatti di un verdetto che lasciava il dubbio di una possibile responsabilità diffamatoria. Ma l’esito del processo di secondo grado fu clamoroso: la Corte di appello romana infatti, il 23 dicembre 1957, ribaltò la sentenza del tribunale e condannò entrambi a otto mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 70.000 lire. Ancora una volta vasto fu lo scalpore suscitato da questa decisione.

 

Note

[1] I resoconti dei quotidiani dell’epoca costituiscono una fonte cospicua di notizie sul processo intentato a Cancogni e Benedetti: il risalto che il caso ebbe nella stampa italiana fu di vasta portata. Per i particolari circa l’incriminazione di Benedetti per un titolo «proprio», oltre che per la responsabilità oggettiva di essere il direttore responsabile della testata sulla quale era stato pubblicato l’articolo oggetto di denuncia, si veda «L’Unità» di giovedì 15 novembre 1956: «Il processo sulle speculazioni edilizie riprende oggi dopo una pausa di quattro mesi» (pag. 5).

2 Per una ricostruzione delle vicende della speculazione edilizia a Roma nel secondo dopo guerra, si veda V. De Lucia, Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi, Castelvecchi Rx, Roma, 2013. Fiorentino Sullo (1921-2000) fu ministro dei Lavori pubblici dal 1962 al 1963 e in tale veste si fece promotore di una riforma urbanistica giudicata molto avanzata, che però fu sconfessata dalla segreteria nazionale della Democrazia cristiana nel 1963.

 

 

Arrigo Benedetti, nacque a Lucca nel 1910. Esordì in letteratura sulla rivista «Il Selvaggio»,  diretta da Mino Maccari. Nel 1937 con Leo Longanesi fu redattore di «Omnibus». Nel 1939 fondò, con Mario Pannunzio, «Oggi», soppresso dalla censura nel 1942. Nel 1945 fondò «L’Europeo» e poi, nel 1955, «L’Espresso».

L’antologia del Premio Essere Donna Oggi

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L’antologia di Essere Donna Oggi tra racconti e poesie

La prima edizione del Premio Essere Donna Oggi, organizzato dall’amministrazione comunale di Gallicano, in collaborazione con Tra le righe libri e il giornale L’Aringo, ha ricevuto per la sezione inediti numerosi racconti e poesie da tutta Italia. La giuria dopo una attenta selezione ha scelto di mandare in finale per il primo premio alcuni elaborati pubblicati nell’antologia in uscita proprio in occasione della premiazione.

Il libro contiene i racconti: “Atarassia” e “Caro Babbo Natale” di Monica Dini, “Pensieri (in)-concludenti di donne al bivio” di Silvia Redini, “Un unico mondo” di Giuliana Ricci, “Labbra d’erba” di Bruno Giannoni, “Separazione” di Luisa Lippi, “Reginetta” di Linda Lercari e “Riso Amaro” di Simonetta Simonetti

Per la poesia i componimenti sono: “Rosea forza” di Tiziana Lunardi, “Racconto” di Bona Fiori, “Follia d’amore”, “Alzheimer” e “Una vita” di Floreana Nativo, “Nuntius auguralis”, “Femina”, “(Accade) Sine dubio”, “(Ma la vita cos’è? E’ un sospiro di donna). Quid vita est?” e “(La donna di ieri). Patrum nostrorum memoria” di Luigi Lemetti.

Nell’antologia – edita da Tra le righe libri con il design di copertina di Sara Greco – la giuria ha deciso di pubblicare un diario di una donna garfagnina emigrante negli anni sessanta in Australia, attraverso il quale si conosce la dura esperienza di una moglie subito dopo la Seconda guerra mondiale.

Chiude il lavoro la poesia di Antonella Cassettari dedicata a Vanessa Simonini la giovane ragazza di Gallicano vittima di femminicio.

Si conosceranno i nomi dei vincitori per il miglior racconto e la migliore poesia sabato 8 ottobre alle ore 16 presso l’aula consiliare di palazzo Comunale a Gallicano.

Info: http://www.prospektiva.it/index.php/Essere_Donna_Oggi_festival_2016

I tre mestieri di Primo Levi. Caterina Frustagli e il saggio sul linguaggio del testimone dello sterminio

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Pubblichiamo la prima parte del secondo capitolo del saggio di Caterina Frustagli su Primo Levi. Il libro verrà presentato sabato 10 settembre a Terracina nell’ambito del Book festival alle ore 21 in piazza Domitilla.

 

CAPITOLO II
La produzione letteraria di Primo Levi

I tre mestieri: chimico, scrittore e testimone

Diversi autori hanno sottolineato come la produzione letteraria di Primo Levi sia stata influenzata dalle diverse attività cui lo scrittore si era dedicato lungo tutta la propria esistenza.

Palandri[1] identifica, nello specifico, ben tre mestieri che caratterizzarono la vita dello scrittore torinese: il mestiere di chimico, quello appunto di scrittore ed infine, ma non da ultimo, quello di testimone della Shoah.

Primo Levi nasce a Torino nel 1919 da antenati ebrei piemontesi provenienti da Spagna e Provenza, di cui descrive  lo stile di vita in Argon, il primo dei racconti de Il Sistema Periodico. La madre Ester e la sorella minore Anna Maria costituiscono per Primo riferimenti affettivi fondamentali. Gli anni di studio liceali, altamente formativi, presso il prestigioso Liceo D’Azeglio di Torino si caratterizzano per la passione per le materie scientifiche che portano Levi ad iscriversi nel 1937 alla facoltà di scienze dell’Università di Torino, nel corso di Chimica. Gli studi universitari sono fecondi di stimoli intellettuali ed incontri umanamente arricchenti. Inizia in questo periodo il connubio tra scienza e scrittura che caratterizzerà tutta la produzione letteraria dello scrittore, non solo in termini di contenuti, ma proprio rispetto allo stile asciutto e concreto della prosa di Levi. Numerose infatti sono le metafore di stampo scientifico che condensano, attraverso efficaci immagini, lo stretto rapporto che intrecciano nell’autore, i due mestieri di chimico e scrittore. A tal proposito Palandri[2] cita per esempio la metafora della “separazione della ganga”, riferendosi al processo di progressivo rimodellamento della prosa, ripulita dagli aspetti superflui e meno pregiati, come avviene per il minerale che, prima di essere utilizzato, deve essere ripulito dalla ganga, cioè il materiale di scarto.

Dopo l’università, arrivano i primi impieghi, inizialmente a Lanzo e poi a Milano dove frequenta un gruppo di intellettuali torinesi con cui, dopo l’8 settembre, matura la scelta di entrare a far parte della Resistenza. Attivo in Val d’Aosta, viene arrestato il 13 dicembre del 1943, condotto al campo di concentramento di Carpi Fossoli, dove resta internato fino alla deportazione nel febbraio del 1944. Inizia così  a Monowitz, campo satellite del lager di Auschwitz, la terribile esperienza di prigioniero, a cui Levi riesce a sopravvivere grazie ad una serie di fortuite coincidenze quali la conoscenza di un tedesco scolastico, la sua formazione da chimico, che gli consentirà di lasciare le mansioni di lavoro più pesanti, per operare in un laboratorio ed infine l’amicizia con Lorenzo Perrone, un muratore di Fossano che lo aiuterà a sopravvivere, fornendogli furtivamente del cibo.

L’esperienza concentrazionaria rappresenta per Levi uno spartiacque, tanto che lo scrittore definisce il campo di concentramento la sua vera università, in cui l’unica realtà conoscibile diventa quella della natura e dei rapporti tra gli umani, mentre la religione e la riflessione di tipo intellettualistico verranno spazzate via. Questa esperienza viene raccontata  in Se questo è un uomo, che Levi scrive di getto, al rientro in Italia nel 1946, anno in cui trova lavoro come chimico in una fabbrica di vernici, ad Avigliana vicino a Torino. Solo nel 1985 tuttavia, Levi confessa a Germaine Greer, che quest’opera non poteva essere composta senza alcuna pianificazione, perché la scrittura non è mai spontanea.

Al ritorno in Italia Levi si sposa con Lucia Morpurgo, da cui ha due figli: Lisa (1948) e Renzo (1957). Inizia ufficialmente, in parallelo con l’attività di chimico, quella di scrittore, segnata in principio da alcune difficoltà. Einaudi infatti respinge inizialmente il manoscritto di Se questo è un uomo, con un giudizio negativo di Natalia Ginzburg e l’edizione pubblicata dall’editore De Silva, nel ottobre del 1947, riscuote poco successo.

Nel 1956 tuttavia una mostra a Torino sulla deportazione fa rinascere l’interesse del pubblico rispetto alla Shoah ed Einaudi ripubblica, nel 1958, stavolta con grande successo editoriale, Se questo è un uomo, opera a cui Levi nel frattempo aveva continuato a lavorare, inserendo significative modifiche. In seguito a questo successo, nel 1962, Levi inizia a scrivere La tregua, con una consapevolezza diversa nella scrittura. La produzione letteraria assume una profondità crescente, che scavalca l’esperienza biografica e storica dell’uomo. Levi si trova a vivere pienamente il doppio ruolo di testimone e di scrittore, scontrandosi con fervore contro le posizioni estreme del revisionismo negazionista.

Allontanandosi storicamente l’esperienza del Lager, Levi inizia a cimentarsi come scrittore di altri contenuti, meno drammatici e, con lo pseudonimo di Damiano Malabella, scrive e pubblica nel 1967 alcuni racconti nella raccolta Storie naturali. L’adozione di uno pseudonimo viene spiegata dall’autore stesso come un tentativo di risposta ad un senso di colpa personale rispetto alla trattazione di argomenti più leggeri. Dal punto di vista letterario, è nel 1971 con la pubblicazione con il proprio nome di una nuova raccolta di racconti dal titolo Vizio di forma, che Primo Levi si riappropria della propria identità di scrittore.

Nel 1975 lascia la direzione della fabbrica di vernici Siva, raccoglie le proprie poesie ne L’osteria di Brema e pubblica Il sistema periodico, in cui rivisita le proprie vicende biografiche in una chiave letteraria originale ed insolita. Nel 1978 pubblica La chiave a stella, dove il materiale di partenza, costituito dalle personali e decennali esperienze di Levi nelle fabbriche, viene filtrato dal punto di vista dell’operaio piemontese Faussone.

Nel 1981 compila l’antologia personale La ricerca delle radici, mentre nel 1982 pubblica, con il titolo Se non ora, quando?, il racconto su un gruppo di ebrei russi che si costituisce come banda partigiana. Nello stesso anno traduce poi, su invito di Giulio Einaudi, il Processo di Kafka. Nel 1983 traduce La via delle maschere e Lo sguardo da lontano di Claude Lévi-Strauss.  Nel 1984 dall’incontro con il fisico Tullio Regge nasce il libro Dialogo, pubblicato dalle Edizioni di Comunità, come riflessione di Levi sulla propria biografia. Nello stesso anno pubblica con Garzanti Ad ora incerta, raccogliendo tutte le sue poesie. Nel 1985 pubblica L’altrui mestiere che raccoglie gli articoli apparsi prevalentemente su La Stampa. Il 1985 è anche l’anno di alcune conferenze di Levi negli Usa.

Ernesto Ferrero[3] sottolinea come le tre anime di Levi si siano delineate e sviluppate talora per contraddizione, talora per sintesi. Quando Levi arriva a Milano nel 1942, è un giovane chimico con la passione per il flauto, ma soprattutto con una vocazione per la scrittura. Legge Rabelais ed intanto si sperimenta come scrittore con qualche racconto e con la poesia Crescenzago (1943).  Il giovane deportato ad Auschwitz dunque possiede già l’occhio dello scrittore, capace di mantenere un’attenzione viva ed attenta persino ed, anzi soprattutto, in una realtà atroce come quella concentrazionaria.

Al ritorno dal campo, sostiene Ferrero, il Levi scrittore resta prigioniero del Levi testimone. Tale era infatti la serietà dell’impegno morale a testimoniare, di cui Levi si sentiva investito, da mettere in secondo piano l’attività pura di scrittura. Solo nel 1975, con il pensionamento, dalla propria attività lavorativa di chimico, Levi abbraccia il nuovo ed unico status di scrittore a tempo pieno. Nel 1986 infine sistematizza tutte le proprie riflessioni in merito all’esperienza nel Lager all’interno de I sommersi ed i salvati, considerato il testamento spirituale dell’autore. Risale allo stesso anno la celebre intervista con Philip Roth per il New York Review of Books.

Il 1987 è l’anno della controversa morte di Primo Levi. L’11 aprile infatti, in seguito ad una caduta nella tromba delle scale della propria abitazione, lo scrittore viene trovato senza vita. Non è stato tuttavia possibile accertare l’eventuale intenzionalità della caduta e l’evento continua ad essere interpretato in maniera controversa da storici e letterati.

 

2.2.  La metafora del termitaio

Cavaglion[4] paragona, riprendendo un’immagine utilizzata dallo stesso Levi, lo sviluppo della produzione dello scrittore ad un termitaio. Scrive infatti Levi a proposito di Se questo è un uomo, “Il libro mi cresceva tra le mani quasi spontaneamente, senza piano, né sistema, intricato e gremito come un termitaio”. (SP p. 156)

(Il resto lo potete leggere sul libro “Pirimo Levi davanti all’assurdo” di Caterina Frustali – Tra le righe libri).

 

Note

[1] Enrico Palandri, Primo Levi, Mondadori Education Spa, Milano 2001.

[2] Ibi, p. 29.

[3] Ernesto Ferrero, Primo Levi. La vita, le opere, Einaudi, Torino 2007.

[4] Alberto Cavaglion, Il termitaio in Primo Levi: un’antologia della critica, a cura di E. Ferrero, Giulio Einaudi Editore, Torino 1997.

Un uomo alla deriva tra sodomia e possesso, nell’ultimo romanzo di Mario Rocchi

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Mario Rocchi presenta a Lucca il suo ultimo romanzo: “Chantal”

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Lunedì 12 settembre alle ore 17,30 presso la sala di San Micheletto (Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca) si terrà la presentazione del romanzo di Mario Rocchi “Chantal e l’illusione dell’arte” (Tra le righe libri). Presenta, con l’editore Andrea Giannasi, il critico artistico, direttore del Museo d’arte contemporanea L.U.C.C.A., Maurizio Vanni. Durante l’evento si terrà una mostra di fotografie di nudi femminili di Alessandro Giuliani e una perfomance dell’attrice Ilaria Favali. Letture di Marco Vignolo Gargini.

Al centro del romanzo di Rocchi l’incessante e infruttuosa ricerca del significato della bellezza che spingono un professore di storia dell’arte ad una vita preda del consumo, dove l’unica esistenza, dal significato tangibile, è un altalenarsi fra maschilismo, morbosità e pornografia. Accecato dal desiderio  la pratica della sodomia sessuale diviene unica, ripetitiva costante della sua vita, celando in realtà il fallimento dell’uomo nell’affrontare una vita sospesa. Unici punti fermi nella sua esistenza sono la ricerca della bellezza come canone, il padre e l’amato cane, che costantemente gettano un’ancora di verità e salvezza nel mare di incertezza, in cui sia il professore che le donne da lui usate e abusate affogano senza freni. Ma una verità rovinosa aspetta dietro l’angolo, riversando sulla testa dell’uomo tutte le risposte alla futilità di un’esistenza materiale e povera di valori, destinata a spegnersi senza essere ricordata. E senza alla fine trovare una risposta alla domanda sulla bellezza e l’arte.

In un testo destinato a suscitare nel lettore reazioni viscerali, l’autore tratteggia il dipinto di un’esistenza priva della capacità di amare sinceramente, prodotto di un consumismo avido, possessivo e bavoso.

Sulla teoria dell’inferiorità dei meridionali nel saggio di Flavio Guidi (sulle razze criminali di Cesare Lombroso)

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CESARE LOMBROSO E LE RAZZE CRIMINALI
Sulla teoria dell’inferiorità dei meridionali
di Flavio Guidi – Pagine 296 – Euro 16,00 – ISBN 9788899141578

Un saggio che ripercorre il folle viaggio nell’antropologia criminale che tanti danni ha fatto nel Novecento e tanti ne sta facendo ancora oggi tra ignoranza e paura. Il povero, lo sporco, il brutto, il diverso, sono stati per molti anni trattati come criminali in essere. Una deriva che ha lacerato l’Europa (e non solo) e che oggi si ripresenta più viva che mai. Studiarla significa ancora una volta affrontarla con il coraggio della conoscenza. E se alla fine del 1800 i “diversi e i criminali” era gli sporchi e ignoranti calabresi, oggi lo sono altri che hanno “solamente la colpa” di essere poveri, o di avere il colore della pelle diversa dai bianchi.

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Dalle misurazioni del cranio alla “negritudine della Calabria”. Dall’emigrazione all’inferiorità dei meridionali. Un saggio che ricostruisce il passato e presente divario tra nord e sud.

“Il comportamento melanconico del calabrese, che nel più vasto contenitore del meridionale assumerà i caratteri dell’eccitabilità dell’io, era presente già in Galanti nella tristezza dei riti funebri, come in molti viaggiatori del periodo romantico. Lombroso riprende questo antico stereotipo per rinviarlo, come dato naturale, all’inferiorità biologica delle popolazioni. Alla patologia melanconica, noterà Niceforo, sono riconducibili l’ozio, la sporcizia e la violenza.

Mancano le strade e le fontane oltre ai bagni, le bestie vivono nelle strade dove spesso muoiono di fame, le scuole ‘non portano a nulla’, la religione è superstizione e la giustizia è corrotta come lo sono gli amministratori, la medicina ancora dedita alla pratica del salasso ad opera dei barbieri. La sensazione di trovarsi davanti a piccoli selvaggi seminudi, i bambini che chiedono l’elemosina e che si accoccolano ai raggi ardenti del sole. L’Europa finisce a Napoli, poi inizia l’Africa”.

Il Cammino del Volto Santo fino a Lucca nel saggio di Amedeo Guidugli

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IL CAMMINO DEL VOLTO SANTO
Le strade e gli ospedali per pellegrini nella valle del Serchio in epoca medievale

di Amedeo Guidugli
Pagine 244 – Euro 16,00
ISBN 9788899141523

La tradizione del Volto Santo ebbe origine nell’VIII secolo, ma è  soprattutto intorno ai secoli XI-XII che la sacra immagine spinse molti pellegrini a considerare Lucca come una tappa specifica del loro viaggio. Nella stessa epoca, il culto per tale simulacro raggiunse tale notorietà che perfino il re d’Inghilterra, Guglielmo II (1056-1100) era solito giurare per Sanctum Vultum de Luca.
La viabilità dei pellegrini dunque include Lucca come punto di passaggio prima ripartire verso Roma o Gerusalemme.

Per questo si sviluppa sul territorio una rete di hospitalia pauperum et peregrinorum o domus hospitales pauperum, che accolgono i viandanti. E lungo le vie sorgono chiese e istituzioni che ancora oggi sono ben identificabili; tra queste San Pellegrino dell’Alpe e Santa Croce a Castelnuovo di Garfagnana.

Questo saggio ricostruisce la viabilità medievale, riportando a memoria gli antichi hospitali e disegnando una mappa oggi utile per i pellegrini contemporanei. Dal Passo di Tea fino a Lucca lungo la Valle del Serchio, attraverso borghi e ponti a schiena d’asino, tra sentieri e mulattiere secolari.

Il Cammino del Volto Santo sul sito: www.viadelvoltosanto.it

L’ultimo romanzo di Mario Rocchi sull’infelicità – nonostante il sesso – di un uomo

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CHANTAL E L’ILLUSIONE DELL’ARTE

di Mario Rocchi
Pagine 246 – Euro 14,00
ISBN 9788899141554

L’incessante e infruttuosa ricerca del significato della bellezza spingono un professore di storia dell’arte ad una vita preda del consumo, dove l’unica esistenza, dal significato tangibile, è un altalenarsi fra maschilismo, morbosità e pornografia. Accecato dal desiderio  la pratica della sodomia sessuale diviene unica, ripetitiva costante della sua vita, celando in realtà il fallimento dell’uomo nell’affrontare una vita sospesa. Unici punti fermi nella sua esistenza sono la ricerca della bellezza come canone, il padre e l’amato cane, che costantemente gettano un’ancora di verità e salvezza nel mare di incertezza, in cui sia il professore che le donne da lui usate e abusate affogano senza freni. Ma una verità rovinosa aspetta dietro l’angolo, riversando sulla testa dell’uomo tutte le risposte alla futilità di un’esistenza materiale e povera di valori, destinata a spegnersi senza essere ricordata. E senza alla fine trovare una risposta alla domanda sulla bellezza e l’arte.

In un testo destinato a suscitare nel lettore reazioni viscerali, l’autore tratteggia il dipinto di un’esistenza priva della capacità di amare sinceramente, prodotto di un consumismo avido, possessivo e bavoso.

“In nome degli angeli” di Floreana Nativo in uscita per Tra le righe

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IN NOME DEGLI ANGELI

di Floreana Nativo
Pagine 158 – Euro 14,00
ISBN 9788899141516

“L’angelo è una figura che ritroviamo nelle religioni del Libro, cioè ebraismo, islamismo e cristianesimo.”

Inizia così il saggio di Floreana Nativo sugli Angeli ed in particolare sugli Angeli custodi. Dopo una breve introduzione sull’excursus  storico che ci porta a conoscere la diffusione ed il credo dei Sette  Arcangeli, ci addentreremo sulla nascita dei messaggeri celesti, i fedeli esecutori della volontà di Dio.
Troveremo la descrizione dell’origine degli Angeli dallo studio del nome divino: il Tetragrammaton e la Shemhaphorasch e dall’analisi dell’Albero della Vita con le nove sephirot capitanate ognuna da un Angelo. I cori Angelici.
Questi cori angelici formano i 72 Angeli custodi che ci seguiranno passo dopo passo nel corso della nostra esistenza. Il nostro Angelo ci assisterà seguendo la nostra inclinazione e fornendoci, al momento giusto, il conforto della preghiera per i nostri momenti difficili.
Gli Angeli sono essere luminosi e pieni di grazia, ma, come dice il poeta Rilke, ogni Angelo è tremendo.
Per semplificare la lettura del testo, le tabelle con: L’Alfabeto Ebraico, la Shemhaphorasch, I giorni e le ore degli Angeli custodi e la loro divisione nei segni zodiacali.