Donna: nasce la nuova collana di Tra le righe dedicata ai percorsi ‘carsici’ del mondo femminile

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Sarà presentata da Tra le righe in occasione del Festival del libro di Firenze che si terrà a Fortezza da Basso dal 17 al 19 febbraio, la nuova collana della casa editrice dal titolo “Donna”.
In catalogo già tre pubblicazioni: “La donna francese. Garçonne e femme fatale” di Daniela Cimadamore; “Nata per mare. Luisa Carlotta di Borbone” di Simonetta Simonetti e “Angoli acuti” di Monica Dini. Le copertine, uniche e molto personali, sono disegnate da Claudia Corso.

«Tre libri – spiega Andrea Giannasi – che aiutano i lettori a comprendere meglio i percorsi, spesso carsici e rifiutati, della donna nella società contemporanea. Ma la collana non nasce come soggetto cristallizzato, marginale o peggio ancora autoreferenziale. Non è il classico contenitore di étoile ma un vero e proprio laboratorio di lettura e scrittura, senza generi, barriere o fondali».

Per questo il primo libro è il saggio di una studiosa marchigiana, Daniela Cimadamore, che delinea la storia della donna francese durante la Prima Guerra Mondiale, quando viene mobilitata per sostituire in diversi ambiti gli uomini che erano al fronte. Da qui l’inizio dell’emancipazione e, per la prima volta nella storia, un cammino verso un difficile e contrastato riconoscimento di un ruolo. Gli anni Venti diventano folli tra balli, cinema e feste; palcoscenico di forti contrasti tra una dominazione maschilista che coinvolge anche la medicina, accusando le donne di perdere la femminilità e di scadere in una vera malattia deviante. Non meno importante è quel diritto alla citoyenneté non concesso, per il quale si lottava fin dai tempi della rivoluzione francese. Per comprendere meglio l’importanza di questo periodo storico il saggio analizza il carattere anticonformista ed emancipatore partendo dal romanzo “La Garçonne” di Victor Margueritte.

Simonetta Simonetti invece ha ritrovato il carteggio di Maria Luisa Carlotta di Borbone-Parma, principessa d’Etruria, principessa di Sassonia, nata sulle onde del mare sulla nave diretta a Barcellona il 2 ottobre 1802 e morta a Roma il 18 marzo 1857. A sette mesi di vita perse il padre, a sei anni occupata da Napoleone la Spagna, seguiva in esilio la madre a Marsiglia. A sette anni divisa dal fratellino venne, sempre da Napoleone, tenuta prigioniera in un Monastero a Roma. Fu liberata solamente nel 1814 da Murat. Luisa Carlotta aveva allora dodici anni.

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Nel libro “Nata per mare” della Simonetti si delinea la storia di una donna che diventa universale e collettiva. Delle donne si ricordano le eccezionalità o lo scalpore che la loro vita provocò nel periodo in cui vissero. Sante, regine, prostitute ed eroine dotate di “viril virtù” i loro nomi appaiono qua e là nei manuali scolastici con brevi e scarsi commenti come se nella storia esse fossero state solo figure fugaci. Una presenza per lo più sommersa, quella femminile, che solo da poco è riuscita ad emergere grazie a molteplici studi e ricerche. La scoperta dei carteggi epistolari di Luisa Carlotta ci offre una lettura  singolare, intima, fragile, di una ragazza che nella prima metà dell’Ottocento a Lucca cerca la propria libertà.

”Angoli acuti” di Monica Dini è invece un libro di narrativa che tutti gli uomini dovrebbero leggere per capire la piega nascosta delle donne.

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E’ un libro spigoloso, crudele, che mostra l’amore al tempo del consumo. In questa raccolta di racconti la bellezza dei mondi interiori si mostra fragile, di fronte alle crudeltà delle esistenze che vagano alla costante ricerca di un abbraccio, di un bacio, un sorriso. Quando leggiamo Monica Dini tutto ci sembra nostro e così le gioie, le paure, i disastri e i successi, si mescolano in un unico fuoco. Le donne sono fragili, ma anche solitarie lungo un paesaggio umano che non vede altre esistenze in vita. Gli uomini, nudi, carne mobile, tentano di essere riparatori di tremende ferite. Sono loro le protagoniste, nel bene e nel male, come lei che si racconta: “Ormai era tardi per tornare indietro. Sapeva di una stalla abbandonata. Seguì il sentiero di destra e la raggiunse. Su un lato della costruzione c’era una mangiatoia scavata in un grande tronco. Stava al riparo sotto una grondaia di lamiera. Aprì lo zaino e buttò il sacco a pelo nella mangiatoia. Avrebbe dormito lì, a giorno sarebbe tornata a casa. Nessuno avrebbe mai saputo niente. Poi pianse senza rumore come il fondersi del ghiaccio. Pianse per le sue illusioni e per quelle dei suoi figli. Per le umiliazioni. Per l’ingenuità.”

Tutte le novità su Donna si possono trovare sul sito e sul blog di Tra le righe libri.

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Tra le righe con lo stand C56 al festival del libro di Firenze (Libro Aperto)

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Da venerdì 17 a domenica 19 febbraio Tra le righe sarà allo Stand C56 in Fortezza da Basso per “Libro Aperto” il Festival del libro di Firenze.
Dalle 10 della mattina e per tre giorni fino alle 21 con i libri del catalogo (tutto offerto ai lettori a 10 euro a libro) per un evento letterario che si affaccia per la prima volta nel capoluogo toscano.
Insieme ai libri di Tra le righe ci saranno anche i libri di Garfagnana editrice.

Passate a trovarci per una chiacchierata, una foto, un video. Vi aspettiamo per il lancio della nuova collana dedicata al racconto “carsico” del mondo femminile chiamata appunto “Donna” con il saggio sulla donna francese di Daniela Cimadamore, il lavoro sulle lettere della principessa Carlotta di Simonetta Simonetti e gli “Angoli acuti” di Monica Dini. Presenteremo anche la nuova collana Nero dedicata ai Noir con i due primi autori Ciro Pinto e Gianni Monico. Inoltre avremo le nuove buste (molto più grandi) “Libri come il pane”.
In programma una presentazione domenica 19 alle ore 14 con il tema dedicato alla Prima guerra mondiale. Sul palco Roberta Antonelli, Valido Capodarca, Alessandro Campo, Grazia Lucchesi, Bruno Giannoni. Presentano Guido Barlozzetti e Andrea Giannasi. Saranno presenti alcuni reenactors in uniforme della Prima guerra mondiale.

Tra le righe vi aspetta tutti a Firenze e buona lettura.

Ecco la planimetria

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Il terrorismo rosso: la storia nel saggio di Marco Benadusi (Tra le righe libri)

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Abbiamo incontrato Marco Benadusi autore del saggio “Terrorismo rosso” (Tra le righe libri)

Come nasce il saggio?

L’idea iniziale è nata dal delitto Biagi, cioè dalla fine, dall’ultimo omicidio compiuto dal terrorismo rosso in Italia. Quel delitto era connesso alla battaglia politico-mediale sull’art. 18, vale a dire alla questione licenziamenti. Vi era un complicato intreccio tra comunicazione politica, sistema dei media e propaganda armata. Da tempo interessato allo studio dei rapporti tra stampa e potere, con particolare riferimento ai cosiddetti anni di piombo, iniziai ad analizzare nel dettaglio le dinamiche tra questi diversi elementi, che caratterizzavano appunto il delitto Biagi.

Vi sono analogie con la precedente storia del terrorismo di sinistra?

Si. Le differenze tra il terrorismo rosso degli anni Settanta e quell’ultima fiammata di fine secolo, a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, con l’omicidio D’Antona e Biagi, sono molte ed evidenti, soprattutto per quel che riguarda il contesto. Eppure dal punto di vista che avevo messo al centro della mia attenzione le analogie mi sembrarono maggiori. Maturai la convinzione che l’intera storia della lotta armata non si potesse veramente comprendere se non addentrandosi nella giungla delle dinamiche comunicative. Occorreva quindi affrontare a mente aperta – intendo senza posizioni precostituite – il ginepraio rappresentato da mistificazioni e depistaggi, informazione “deviata” e controinformazione militante, versioni “istituzionali” e campagne terroristico-promozionali ed anche silenzi e tabù. Un vero campo minato, che però bisogna necessariamente attraversare se si vuole far luce su uno dei capitoli più cruciali dell’Italia repubblicana. Di qui ha preso forma il libro.

Su quali fonti ha basato questo lavoro di ricostruzione?

È stato un lavoro di ricostruzione lungo e complesso. Questo poderoso volume di 350 pagine, denso di note e che copre oltre tre decenni, è il frutto di una scrematura fatta su una primissima bozza quattro volte più ampia. La mole di documenti che ho consultato è mastodontica. Sono fonti aperte, in gran parte agli atti delle varie commissioni parlamentari d’inchiesta, e poi giornali, libri, riviste.

Emergono fatti inediti?

Il libro non è finalizzato a stupire con scoop più o meno eclatanti. Quel che mi premeva era fornire una lettura originale del terrorismo rosso che facilitasse una memoria se non condivisa – operazione forse impossibile – ma quanto meno non così dilaniata. Detto ciò, i fatti inediti in realtà non mancano, anzi si dipanano lungo tutti i passaggi fondamentali di questa mia ricostruzione della lotta armata di sinistra.

Compreso il caso Moro?

Si. Dimostro che alcune piste d’indagine, come la pista Markevitch – il direttore d’orchestra le cui vicende segnarono la sorte della Commissione Stragi – sono infondate. Metto in luce le “polpette avvelenate”, i depistaggi, le distorsioni informative relative al sequestro. Quel che viene fuori, da questa mia analisi, non è un complotto planetario. Però viene fuori una storia del caso Moro per molti versi inedita, incluso il momento clou, cioè l’epilogo, l’uccisione del prigioniero e il ritrovamento del corpo in via Caetani.

 

Nero come Noir: la nuova collana di Tra le righe (i primi libri di Gianni Monico e Ciro Pinto)

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Si chiama NERO (come il profondo delle anime) ed è la nuova collana di noir letterari di Tra le righe libri. Nata per indossare lo scafandro e scendere a scandagliare il torbido delle nostre esistenze, la collana verrà presentata in anteprima con le due prime uscite al Festival del libro di Firenze. NERO come il gesto delle peggiori intenzioni, NERO come il sogno perduto, NERO come il colore del tutto e del nulla.

La collana nasce in senso ad una casa editrice nata nel cuore della Toscana, a Lucca, alla fine del 2013 e che nel febbraio del 2014 ha edito il primo libro (oggi è a quasi 100 titoli in catalogo). Specializzata in saggistica storica con argomenti legati al Novecento, tratta di guerre con diari e libri su argomenti che ruotano sulla Grande guerra  sul secondo conflitto mondiale. Tra tanto dolore, scoperto e vivo, realmente studiato e affrontato entrando Tra le righe come tra le pieghe della storia, la casa editrice non poteva non entrare nel mondo della scrittura Noir.

I primi due titoli in uscita sono I vermi odiano il gin di Gianni Monico, una trilogia di racconti contemporanei feroci ed estremamente immediati. L’altro è Il passero e l’imperatore di Ciro Pinto un contrastante noir ambientato a Capri dove al centro della narrazione si trova la “bellezza”, che offre anche i propri angoli oscuri.

 

Diari dell’Armir. I racconti della ritirata e della prigionia di un fante e di un alpino

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Elio Carli  era un alpino artigliere della divisione Cuneense, mentre Giovanni Grandi era un fante guastatore della divisione Cosseria. Entrambi sul fronte russo vissero i terribili giorni della ritirata, ma mentre Grandi riuscì a sfuggire e tornare in patria – seppur assistendo a terribili momenti -, Carli cadde prigioniero dei sovietici e costretto alla dura marcia del Davai. Poi i trasporti su carri merci fino in Siberia dove venne internato.

I racconti recuperati da Roberto Andreuccetti oggi diventano un libro edito da Tra le righe libri dal titolo “Diari dell’Armir. I racconti della ritirata e della prigionia di un fante e di un alpino”. Il libro, che ha la prefazione di Pino Scaccia, racconta l’orrore della guerra e la tragica morte di migliaia di italiani morti durante gli scontri, congelati, distrutti dalla fame, e poi in prigionia consumati dal tifo o da altre malattie.

Presentiamo un brano dell’alpino Carli in merito all’ultima resistenza contro i russi:

“Dopo tre giorni di relativa calma arrivarono dolenti note perché subimmo un improvviso attacco russo.
Eravamo fermi in un villaggio ed in lontananza, sulle colline innevate si intravidero punti neri che sembravano tante formiche e che avanzavano  velocemente.
Dopo qualche minuto quei puntini si trasformarono in soldati della fanteria russa che muovevano verso di noi sparando. Cercammo di opporre la nostra resistenza a quel  drappello ben armato, posizionammo i  cannoni e facemmo partire i primi colpi per coprire gli alpini che stavano andando all’assalto. Dopo aver sparato alcune cariche dovemmo interrompere l’attacco perché avevamo terminato le munizioni.
Il comandante della batteria capitano Bergaglio, mi disse  di togliere l’otturatore dalla bocca da fuoco e di portarlo con me, perché se il nostro obice fosse stato catturato dai russi, non avrebbero potuto sparare.
La batteria  rimase con i quattro cannoni inutilizzabili e con i suoi uomini muniti soltanto di moschetto.

Trascinai l’otturatore per diversi metri, ma quando mi resi conto che sotto quel peso non sarei riuscito a procedere per molto, non esitai ad abbandonarlo nella neve.

Nella dura battaglia di quel giorno ci furono parecchi morti ed io persi di vista  due miei amici e compaesani: Rigali Delio e Porta Marino.  Ritrovai Delio  successivamente;  era rimasto  leggermente ferito e poggiava le mani sul retro di una slitta  trascinandosi a fatica perché aveva i piedi congelati.  Il suo sembrava un tentativo disperato di allontanare la morte.
Quella presa  diveniva sempre più debole  e nel momento nel quale avrebbe dovuto mollarla, per lui  sarebbe stata la  fine.
Mi  avvicinai e cercai di issarlo sopra la slitta, ma essendo questa stracarica di altri sfortunati come lui, la mia si rivelò  una fatica inutile. Gli camminai accanto, lo spinsi e lo sorressi finché potei.

Fino a quando Delio  mi disse: ‘Vai Elio! Cerca di salvarti almeno tu!’
‘No!’ – gli risposi. ‘Rimango qui con te!’
‘Vai Elio!  Tu non hai il mio problema! Cerca di camminare più veloce che puoi e non pensare a me! Ti prego vai!’
Capii che quello che Delio mi rivolgeva era un ordine; mi staccai da lui e proseguii in silenzio con il cuore colmo di angoscia”.

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Un libro destinato ad avere un grande successo (perché scritto da una delle più brave scrittrici italiane

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“Ali di pollo” è uno dei racconti che compongono ANGOLI ACUTI il libro in uscita per Tra le righe. Lei è Monica Dini – questo nome segnatevelo – una delle penne migliori che la letteratura italiana sia mai stata in grado di possedere.
Nulla è scontato nella sua narrazione che non lascia sconti a nessuno. E  il lettore lo capisce bene fin dalle prime battute. E’ lei la lettrice di questi racconti, la vera protagonista di questo libro che avrà un grande successo. Perchè i bei libri hanno sempre un grande successo.

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Ali di pollo

Maria aveva dodici euro in tasca quando suo marito Gino parcheggiò davanti alla pasticceria. Non volevano presentarsi a mani vuote dalla famiglia che li aveva invitati. Lui rimase in macchina con la testa appoggiata al volante. Era appena rientrato dal lavoro. Solo il tempo di farsi una doccia. A lui non importava che tipo di torta avrebbe scelto, preferiva aspettarla lì con la testa messa in quel modo. Lei aveva paura che i soldi non bastassero così scelse una torta piccola. Era con crema e pinoli. La ragazza con la cuffietta bianca le disse che, quella, si chiamava Torta della nonna. Le avanzarono cinquanta centesimi.

Quando tornò in macchina suo marito si scosse.
Lo guardò in faccia, era stanco si vedeva.
Aveva fame disse. Se fosse stata sua la torta ne avrebbe mangiato subito un pezzo.

Ma se non fossero stati invitati non avrebbero speso gli ultimi soldi per comprarla.

Era luglio ed era caldo anche di sera. Maria gli chiese come era andata la giornata. Lui fece un’espressione acida e rispose, che domanda imbecille! Come vuoi che sia andata su un tetto sotto il sole.  E quando finalmente fai festa non puoi neanche permetterti una bottiglia di spumante da portare con una torta.

Lei guardò fuori dal finestrino e disse che era per chiacchierare un po’. Lui fece un rumore col naso e accese la radio. C’era la pubblicità.

Andavano a casa degli Acerbi. Giovanna era stata una sua compagna di scuola. Abitavano appena fuori dal paese, vicino all’asilo nido, in una casa che gli aveva assegnato l’ammi-nistrazione comunale.

Parcheggiarono nella corte a comune e i tre bambini degli Acerbi gli corsero incontro.

Maria avrebbe voluto portare loro dei giochi.

Sarà per un’altra volta pensò mentre metteva il dolce nelle mani di Lucio il più grandicello. Un dolce piccolo anche per le sue mani.

I ragazzi corsero in casa chiamando la mamma. Un gatto magro con gli occhi cisposi si acquattò nella polvere, sparì sotto la macchina.

In casa le finestre erano spalancate, l’aria era immobile e sapeva di fritto. Giovanna in cucina friggeva ali di pollo.

Senti che buon profumo, disse Maria abbracciandola.

«Benvenuta, come stai?»
«Tutto al solito. Sai com’è.»

Gli uomini in salotto si erano stretti la mano.
I bambini erano spariti con la torta.

La tavola era stata apparecchiata con una tovaglia di plastica nuova. Sopra c’erano foto di bottiglie di vino e grappoli di uva bianca e nera. L’acqua era dentro una bottiglia di vetro di quelle col tappo bianco e la gommina. Si chiudono ermetici quei tappi lì. Maria guardandola ricordò quando, da piccola, sua madre le faceva l’acqua frizzante con le bustine.

Di primo Giovanna scodellò un’ottima pasta al pomodoro fresco, i pomodori erano dell’orto di sua madre, ci aveva messo anche l’aglio tritato fine, il basilico e l’origano. Buonissima davvero, dissero tutti. Gino ne prese due piatti. Bevvero un po’ di vino di quello nei cartoni. Non era cattivo. Era poco. Elio, il marito di Giovanna, se ne scusò di questo fatto che era poco, ma non aveva avuto tempo di comprarne altro. Era uscito tardi dal lavoro.

Gli uomini allora cominciarono a parlare di muratura. Tutti e due erano operai in quel settore.  I bambini stranamente silenziosi, non si fecero notare. Giovanna cominciò a raccontare di Claudia. Era un’altra loro compagna di scuola. Le era nata una bambina sei o sette anni prima. Purtroppo non era come le altre. Aveva sofferto mentre nasceva e tutto era più difficile per lei. Giovanna diceva che a scuola non potevano più accudirla come negli anni passati. Non c’erano più fondi. Molti degli insegnanti di sostegno erano rimasti senza lavoro.

«Meno male che Claudia non ha problemi di soldi – disse ad un certo punto – ci pensi fosse successo a noi? Lei può permettersi di mandare la bambina ad una scuola privata. A casa ha già un’insegnante che la segue. Immagini se questo fosse capitato ad uno dei miei bambini … non posso pensarci.»

Maria era d’accordo.  Anche loro risentivano della crisi che c’era attorno. Per questo non si erano ancora decisi a fare un figlio. Già si sentivano vecchi e non ne avevano ancora uno.

Gli uomini passarono il vassoio del fritto.
«Donne – disse Elio – prendete un po’ di ali. Nessuna parte del pollo è più incompresa. Le ali costano niente e sono una bontà. Anche voi piccoli prendetene.»

Ma i bambini non avevano più fame. Non presero nemmeno le nespole del Giappone colte dal nonno nell’orto. Chiesero il permesso di alzarsi e andarono a vedere i cartoni alla tv.
Elio si tolse un osso di bocca e ruttò forte.

«Salute – bofonchiò Gino – dove si sta meglio che a tavola? Hai sentito di quello che ha vinto cinquecentomila euro al Gratta e Vinci? Credete che riuscirebbe a gustarsi così un fritto di ali di pollo?»

«Io dico di sì – rispose Elio – sembra sia un muratore quello che ha vinto. Vedrai che si ricorda… cosa ci faresti tu con tanti soldi? Te la faresti una ditta tua?»

Cominciarono a parlare di denaro e a mangiare nespole del Giappone sputando i semi rotondi centrando la zuppiera vuota della pasta.

«Io farei subito un figlio. Prima che mi secchino le ovaie. Poi comprerei una casa.» disse Maria.
«Sì, anch’io penserei subito ad una casa mia – approvò Giovanna – vorrei uscire da qui. A volte mi vergogno.» Queste parole le aggiunse sottovoce per non farsi sentire dal marito.
«Ragazzi prendete la torta?» urlò poi ai figli. Non le risposero.
«Va be’ – aggiunse – mi alzo io.»

Gli uomini facevano progetti con la vincita. Maria costruiva un ometto con gli stuzzicadenti e la mollica del pane. I bambini guardavano la tv. Giovanna era da qualche parte a prendere la torta quando si udì il boato. Il pavimento cominciò a tremare, qualcosa cadde con rumore. I bambini furono i primi a saltare fuori seguiti dai grandi in un urlio che era come di tutto il mondo.

Nella corte a comune erano in tanti e spaventati.
Giovanna aveva in mano la torta. I bambini attaccati alle gambe.
Fu un attimo. Appena il tempo di rendersi conto.

Per precauzione rimasero ancora un poco fuori. Fecero qualche battuta. Poi decisero di mangiare lì la torta. Si sedettero sul marciapiede. Anche la signora della porta accanto che era in pigiama e a piedi nudi.  Giovanna aprì il pacchetto. La torta era rimpicciolita. Tutto il bordo di pasta era sparito rimaneva il cuore di crema e pinoli.

I bambini dissero che loro non erano stati. Maria giurò che la torta era intera. Era piccola ma non così tanto.
Si sentì un’altra scossa. Era l’assestamento.
Ci pensi che si può anche morire? disse tra sé Giovanna mentre sbriciolava la torta con le mani.
L’assaggiarono tutti.

In morte di un amore malato: ancora donne vittime di violenza. Il libro di Merilia Ciconte come argine per capire

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In dieci anni, tra il 2006 e il 2016, nel nostro paese sono state uccise 1740 donne. In larga parte l’omicidio si è consumato all’interno della famiglia. Nel 2016 è stata uccisa per mano di un marito, di un fidanzato, di colui che affermava di  “amarla”, una donna ogni tre giorni. Il 2017 si apre con nuova cronaca e morti annunciate.

Dal libro di Merilia Ciconte “Dopo il buio” le parole di chi pensava di essere amata:

“Mi aveva rubato il cuore. E io lo amavo. Dio, quanto lo amavo! Vivevo nel desiderio di ascoltare la sua voce. Mi faceva sentire importante e le corde del mio cuore vibravano all’unisono con le sue. Avevo una certezza, per me non esisteva un futuro in cui lui non fosse protagonista.

Ogni suo sguardo, ogni suo gesto era fatto con scrupolosa dolcezza. Ogni piccolo dettaglio del suo amore era l’intreccio rabescato di un sottile pizzo trasparente.

Poi piano piano, era cambiato. Senza un perché. Da mesi ormai non la smetteva di essere sospettoso. Parlava, e io lo ascoltavo, come sempre. Dapprima interessata. Poi man mano la sua voce si andava alzando, io mi sentivo sempre più impaurita. Il nostro amore, dapprima solido, si era col tempo rivelato fragile, e tutte le sue promesse si stavano traducendo in parole vuote.
Mi sentivo ingabbiata, ingannata. Le mie speranze di una vita ‘normale’ stavano volando via. Sentivo, che tutto quello che prima mi aveva dato gioia e sicurezza ora stesse per abbattersi sopra di me, violentemente.
Vivevo solo di tanti assaggi. Ero piena ma al contempo vuota. Sprazzi di gioia, alternati a una spirale d’angoscia, mentre lui toccava sempre di più il fondo.

Aveva iniziato a bere.
Beveva, beveva di continuo. Aveva sempre addosso quel maledetto, disgustoso, puzzo di alcool… quella porta sbatteva, sempre!
Era diventato un uomo che non ammetteva il ‘no’ come risposta. E sapeva come ottenere sempre ciò che voleva.

Quando gli avevo concesso di far appassire ogni filamento del mio corpo? Quando avevo iniziato ad arrendermi a lui? Quando avevo cominciato a dire: ‘Scusa amore, non lo farò più!’ Io? Io, non avrei dovuto? Ma cosa? Ricordo bene, però, la vampata di calore e il dolore avvertiti quando un suo primo sonoro ceffone mi aveva colpita all’improvviso sulla guancia.
Ora, andando a ritroso nel tempo rivedo tutto quanto…”

https://www.ibs.it/dopo-buio-storia-di-amore-libro-merilia-ciconte/e/9788899141707

Primo Levi educa dopo lo sterminio degli ebrei: il saggio di Caterina Frustagli e la Shoah

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Educare dopo la Shoah

Dal saggio “Primo Levi davanti all’assurdo” di Caterina Frustagli

 

Quali sono dunque i nuovi criteri che l’impianto educativo tradizionale deve prendere in considerazione per riformulare una riflessione sulla pratica educativa dopo Auschwitz? È utile iniziare questa riflessione a partire dalle difficoltà incontrate dagli insegnanti nella trattazione del tema della Shoah in classe con gli studenti. Sidoli[1] sottolinea che, in questi, talvolta il coinvolgimento si arresta agli aspetti emotivi, talvolta invece sono ravvisabili atteggiamenti di saturazione o rifiuto, mentre gli insegnanti hanno a che fare con una tematica molto vasta e complessa da trattare, che chiaramente richiede delle scelte, necessariamente riduttive e dunque sofferte. Ogni affermazione deve essere rigorosamente contestualizzata, ma anche rielaborata, con la consapevolezza dei limiti del linguaggio, che deve dire l’indicibile e tentare di spiegare l’assurdo. Tuttavia lo sforzo è imprescindibilmente necessario, perché l’oblio corrisponde ad una silente complicità con i criminali che hanno compiuto l’offesa e con coloro che hanno assistito, sapevano ed hanno taciuto. In una sfida educativa di tale portata il coinvolgimento personale degli insegnanti diventa essenziale, in una dimensione di confronto pedagogico fra più docenti, perché al lavoro con gli allievi venga affiancato, in parallelo, un percorso di riflessione e approfondimento personale ed interpersonale per gli insegnanti.

Secondo Thanassekos[2] la portata della Shoah infrange, molto più di altri argomenti, le barriere tra le diverse discipline delle scienze umane, costringendole alla ridefinizione degli oggetti di studio; l’autore propone l’elaborazione di una pedagogia auto-riflessiva, ovvero di un approccio educativo in cui già l’insegnante, come propone Sidoli, si ponga in un rapporto d’interiorità e di confronto personale con l’argomento, volgendo primariamente verso di sé, l’azione pedagogica in un ritorno generale del soggetto verso sé stesso.

Da questa posizione scaturiscono due princìpi fondamentali: il principio dell’autonomia e quello della responsabilità storica.

Il primo principio rappresenta un’eredità dell’Illuminismo e fonda nell’essere umano il diritto naturale all’autodeterminazione, ovvero la facoltà di compiere le proprie scelte, che rende gli esseri umani responsabili verso sé stessi; ciò comporta, anche a livello didattico, una critica radicale rispetto a tutti quei fattori che limitano o impediscono la realizzazione di tale autonomia.

La rottura di civiltà, verificatasi con l’esperienza concentrazionaria, nega in toto questo diritto. Il secondo principio invece, mettendoci a confronto con la responsabilità che pesa su di noi per azioni non compiute direttamente,  permette al singolo soggetto di instaurare un rapporto personale con l’evento Auschwitz, nella fondamentale questione rispetto al “perché ed in che cosa Auschwitz mi riguarda”[3] e consente di farsi carico di una solidarietà oggettiva delle generazioni attraverso la storia. Questi due princìpi sono chiaramente connessi e costituiscono le premesse per pensare un avvenimento così tragico che assume la forma di “una realizzazione sfrenata, scatenata, esacerbata, realizzazione estrema, al di là di ogni limite e proprio per questo eticamente non integrabile e conoscitivamente aporetica[4] (corsivo nel testo). È la combinazione di questi due fattori che si pone alla base dell’insegnamento della critica sociale, come prassi necessaria per l’analisi della storia.

Ci preme sottolineare come, in questo compito, la letteratura possa svolgere un ruolo fondamentale fornendoci alcuni strumenti per valutare dei contesti storici e sociali, secondo molteplici angolature. Ricordiamo a questo proposito la retorica del giudizio propria di Manzoni e Levi, attenti a rendere il fruitore dell’opera letteraria un lettore critico sia rispetto alla comunicazione letteraria stessa (la modalità con cui l’informazione viene veicolata) sia rispetto alla descrizione dei fatti in sé (il contenuto narrato).

Secondo Baldasso[5] è fondamentale, a tal proposito, evidenziare come questa finalità venga perseguita dallo scrittore torinese ponendosi in una particolare prospettiva, quella dell’osservatore. Il narratore cioè utilizza, come strumento di ricerca, il proprio sguardo, che, come una macchina da presa, inquadra talvolta da vicino, talvolta da lontano, la realtà. Levi infatti passa dalla cronaca dei fatti, dal racconto vivido e intenso, alla loro interpretazione puntuale e lucida, secondo un movimento continuo interno-esterno. Questo dinamismo secondo Gordon[6] consente a Levi di “tenere l’attenzione desta sul momento in cui l’individuale scade nel solipsismo, e dove il generale scivola nel dogmatico e nel disumano”.

Santerini[7] sottolinea l’importanza di migliorare proprio la capacità dei discenti di comprendere i molteplici piani della testimonianza, della narrazione ed anche della finzione, ma anche i diversi linguaggi, per educare alla lettura della realtà storica e contemporanea. Per rendere possibile questo la scuola, come primaria agenzia educativa, deve favorire negli studenti l’attenzione alle fonti, il desiderio di ricerca, l’utilizzo flessibile di diversi codici espressivi e comunicativi, la lucidità di analisi e la capacità di distinguere tra la realtà storica e la propaganda politica. L’autrice identifica nella narrazione un potente strumento che l’educatore possiede per favorire un processo di ascolto empatico della testimonianza altrui e di temporanea identificazione rispetto al dolore sperimentato.

Il racconto infatti avvicina il lettore alla realtà narrata:

Non si tratta di una storia o un’educazione linguistica di minore importanza, ma della storia minuta che custodisce gli interrogativi sulla vita dell’uomo. È la trasmissione di sentimenti, ponte tra le generazioni, a rendere vivo il passato, che può ripetersi nel presente. L’insegnante o l’educatore possono aiutare questo processo culturale e formativo che conduce ad interiorizzare il senso della dignità dell’uomo e il rifiuto della violenza.[8]

Secondo l’autrice la memoria educativa della Shoah è letteralmente sospesa tra la massa delle vittime ed il valore delle singole vite, perciò la pedagogia  deve continuamente evidenziare questo rimando reciproco dal singolare al plurale, dall’individuale all’universale e viceversa. È noto infatti agli insegnanti che la descrizione di eventi storici, che hanno per protagonista una massa anonima, rischia di disperdere l’interesse e la curiosità degli studenti, poiché non vi è nessun tipo di ancoraggio emotivo in quanto studiato. È utile ricordare infatti che, di contro, la massificazione dei deportati nel Lager è finalizzata a creare una condizione di grigio anonimato, dove il singolo non è più distinguibile dagli altri (senza nome, senza storia, stesso volto emaciato e corpo derelitto), per evitare che susciti compassione o solidarietà.

Il racconto, al contrario, si pone come una lente d’ingrandimento sulla squallida fotografia di gruppo, si concentra su una persona e  narrandone la storia, gli restituisce, con l’identità, anche la dignità che gli è stata negata. Questo processo pone chi ascolta o legge, nella posizione di riconoscere, nella storia dell’altro, la comune appartenenza al genere umano e rivitalizza dunque il legame reciso. Levi descrive questo processo in modo molto suggestivo, ricordando ne I sommersi e i salvati, l’episodio in cui la squadra addetta alle camere a gas, pur abituata ad eseguire quotidianamente la condanna a morte di molti deportati, improvvisamente intende salvare una ragazza, sopravvissuta inspiegabilmente al gas. Lo scrittore commentando questo comportamento anomalo, nota che: “davanti a loro non c’è più la massa anonima, il fiume di gente spaventata e attonita: c’è una persona”. Quest’immagine ricorda allo scrittore la scena manzoniana dell’esitazione del monatto di fronte al cadavere di una bambina: “come non ricordare l’insolito rispetto e l’esitazione del monatto davanti alla bambina Cecilia morta di peste nei Promessi sposi?”, per arrivare alla conclusione che “forse solo ai santi è concesso il terribile dono della pietà verso i molti. Ai monatti, alla Squadra Speciale e a noi tutti non resta, nel migliore dei casi, che la pietà saltuaria indirizzata al singolo”. (SS p 1033)

Proprio per questa capacità del racconto di ridestare l’attenzione e di risvegliare le coscienze, è importante valorizzare la narrazione come strumento di formazione. Ricordiamo con le parole di Tullia Zevi[9], la necessità di raccogliere il racconto che i testimoni diretti ed i superstiti lasceranno in eredità con la loro morte, perché educare le nuove generazioni è un dovere: “Occorre combattere l’indifferenza, insegnando ai giovani una partecipazione nuova ai problemi generali sentiti come propri. Come dice Elias Canetti: «La miseria e la gloria dell’uomo sta nel doversi interrogare su cose che non lo riguardano affatto»”.

 

Il saggio di Caterina Frustagli

https://www.ibs.it/primo-levi-davanti-all-assurdo-libro-caterina-frustagli/e/9788899141448

 

 

 

[1] Rita Sidoli, La Shoah, paradigma educativo, e il senso della testimonianza, in “Memoria della Shoah e coscienza della scuola”, a cura di M. Santerini, R. Sidoli, G. Vico, Vita e Pensiero Milano 1999.

[2] Yannis Thanassekos, Per una pedagogia dell’autoriflessione, in Insegnare…

[3] Ibi, p. 37.

[4] Ibi, p. 35.

[5] Franco Baldasso, Il Cerchio di gesso. Primo Levi narratore e testimone, Edizioni Pendragon Bologna 2007.

[6] Robert S. C. Gordon., Primo Levi: le virtù dell’uomo normale, Carocci Roma 2003, p. 142.

[7] Milena Santerini, Il ricordo e le giovani generazioni, in “Educare dopo Auschwitz”, a cura di G. Vico, M. Santerina, Vita e Pensiero Milano 1995.

[8] Ibi, p. 85.

[9] Tullia Zevi, Il dovere di educare le nuove generazioni, in “Educare dopo Auschwitz”, a cura di G. Vico, M. Santerini, Vita e Pensiero Milano 1995, p. 28.

Tra le righe il 2016, cento titoli in catalogo e il compito come editore di creare lettori

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Tra le righe il 2016, cento titoli in catalogo e il compito come editore di creare lettori

Trentacinque (35) libri pubblicati, novantasette (97) presentazioni, la partecipazione al Salone Internazionale del libro di Torino, l’organizzazione e la gestione con la libreria di Tra le righe di dieci festival tra Toscana, Puglia, Lazio e Calabria per un totale di trentatre (33) giorni tra piazze librerie e biblioteche. Oltre 14.000 chilometri percorsi su e giù per l’Italia con la tappa più lontana (Cropani in Calabria a 961 chilometri da Lucca).
Questi numeri possono riassumere il lavoro di un anno di Tra le righe che a febbraio 2017 festeggerà il terzo anno di attività.

Ma entriamo meglio nello specifico del nostro lavoro.

Il catalogo al 31 dicembre 2016 è composto da 85 libri (ma in preparazione ne abbiamo tanti altri da raggiungere a breve i 100 titoli), suddivisi tra Storia (28 titoli), Biografie (17), Società politica e comunicazione (7), Narrativa (24), Classici (15), e altri.

Per il nuovo anno avremo già le partecipazioni con il nostro stand alla Fiera del libro di Firenze  “Libro Aperto” (a Fortezza da Basso dal 17 al 19 febbraio), al Salone del libro di Milano “Tempo di Libri” dal 19 al 23 aprile (Fiera di Rho), al Salone del libro di Torino dal 18 al 22 maggio (Lingotto fiere) e a dicembre a “Più libri più liberi” a Roma.
In mezzo tanti festival, eventi e presentazioni di libri.

Come è andato questo anno?
I numeri evidenziano grande vitalità – e non possiamo certo fare il contrario – ma il sistema librario italiano sta sempre di più mostrando i propri limiti.
E qui veniamo alle note dolenti.

Essere oggi un editore indipendente pone Tra le righe oltre la fortezza del Tenente Giovanni Drogo in pieno deserto dei tartari. Abbiamo raccolto il passo dei grandi editori del passato che erano portatori di un’idea militante (che forse oggi gli editori dovrebbero riscoprire), creando una casa editrice che è luogo dove, oltre che ai libri, si fa cultura. Ma come scrive Formenton “non basta salvare i lettori forti, bisogna trovarne di nuovi” perché «compito degli editori è quello di creare lettori».

L’essere indipendente ci pone certo in un ambito difficile e spesso isolato, ma che ci permette di osservare dall’esterno l’intera filiera del libro.
Vedere dunque il marcio dell’editoria d’accattonaggio che depaupera energie per rendere visibili libri degli amici degli amici.
Oppure scontrarsi con la filiera della distribuzione evidenziando tutte le storture e la dicotomia tra prodotto commerciale e libro.

E vedere quindi le difficoltà delle librerie indipendenti che spesso con gli incassi dei libri degli editori indipendenti pagano le cedole dei grandi marchi, innescando così una caduta libera doppia (e avvitata).

E le catene di marchi famosi che vendono solo i marchi “amici” escludendo gli altri in una guerra commerciale che diventa grave cesura culturale. Cosa che il nostro paese potrebbe anche evitare di dover vivere.
Torna dunque in primissimo piano il nostro «compito che è quello di creare lettori».

Il 2017 sarà un anno teso a stringere le maglie della rete cercando di superare la drammatica questione dell’isolamento dello scrittore. Ricreando quei caffè letterari di inizio secolo, dove gli autori si incontravano, si apprezzavano e si leggevano aprendo e dando vita ad una serie di cerchi concentrici che si allargavano originando nuovi lettori.

Cercheremo – compito arduo e difficile – di stringere un patto tra editore, librai e scrittori, con lo scopo di creare nuovi lettori e al contempo sostenere i librai. Tutto ovviamente Tra le righe.

Buon anno a tutti.
Andrea Giannasi

Caso Moro, chi aiutò le Br a fuggire da via Fani? Nuovi importanti elementi di chiarezza nel saggio Terrorismo rosso, di Marco Benadusi

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Caso Moro, chi aiutò le Br a fuggire da via Fani? Nuovi importanti elementi di chiarezza nel saggio Terrorismo rosso, di Marco Benadusi

Tra le righe libri annuncia l’imminente uscita di Terrorismo rosso. La sinistra eversiva nell’Italia repubblicana, di Marco Benadusi. Un saggio che, attraverso una minuziosa analisi delle molte fonti disponibili, ripercorre quattro decenni di storia nazionale mettendo a fuoco il contesto di relazioni che legarono la lotta armata a un vasto mondo ad essa contiguo e ai tanti soggetti che cercarono di strumentalizzarla. Da questa dettagliata indagine giunge un fascio di luce anche sul caso Moro.

Nei giorni scorsi la Commissione parlamentare d’inchiesta dedicata al rapimento e alla morte del politico democristiano ha pubblicato la sua seconda relazione. Tra gli aspetti chiave evidenziati nel documento vi è la questione delle dinamiche relative alla fuga dei brigatisti da via Fani e alla possibilità di una base delle Br in zona Balduina, un garage posto in un complesso edilizio dello Ior (Istituto opere religiose). La Commissione ha tra l’altro ricordato le testimonianze raccolte all’epoca, relative a un giovane vestito da steward che in quei pressi caricò un paio di borse su un furgone poco dopo il rapimento.

Il saggio di Benadusi fornisce importanti elementi di chiarezza su quanto segnalato dalla Commissione Moro. Si profila infatti la possibilità che vi siano alcuni punti di contatto tra le circostanze illustrate in Terrorismo rosso, attraverso l’utilizzo di fonti aperte, e il lavoro di inchiesta svolto in questi mesi dalla Commissione.

Tra gli esponenti di spicco delle Unità comuniste combattenti (Ucc) vi fu Carlo Brogi, il quale sul piano giudiziario risultò confluito nelle Br qualche mese dopo l’omicidio Moro. Steward all’Alitalia, Brogi curò le relazioni intessute da Mario Moretti a Parigi. Uscì dalle Br nel febbraio 1979 al seguito di Valerio Morucci, con cui aveva un rapporto risalente alla comune militanza in Potere operaio. Dagli atti del processo contro le Ucc, inclusi nelle carte della prima Commissione Moro e analizzati da Benadusi, vi è l’interrogatorio rilasciato da un militante del gruppo nell’estate del 1979, che in riferimento a Brogi dichiarò: “Egli aveva fatto, mi disse, un corso steward per linee aeree; aveva lavorato anche come garagista dalle parti della Balduina”.

In merito all’eventuale covo delle Br alla Balduina, la Commissione Moro ha reso noto di aver fornito alla magistratura informazioni frutto di nuove acquisizioni, segnalando che sono emerse “una serie di presenze significativamente legate all’area politico-ideologica in cui è maturato il sequestro dell’onorevole Moro, tra le quali quella di un soggetto straniero, la cui presenza è confermata da più testimoni; quella di un esponente dell’Autonomia Operaia romana anche nel periodo del sequestro Moro; quella di almeno un militante regolare delle Brigate rosse, con disponibilità di regolare accesso in periodo successivo al sequestro”.

Le prime indagini sulle Ucc – formazione armata i cui membri ebbero variegate relazioni con il mondo della politica e della cultura, con gli ambienti del Vaticano e delle istituzioni pubbliche – si avviarono nel 1979 in seguito al ritrovamento a Roma di un’auto adoperata per il delitto Varisco, vicino piazza Cavour, nel quartiere Prati, e all’individuazione di un negozio da cui gli inquirenti risalirono a una militante del gruppo, nonché ex fidanzata di Morucci. Uno dei principali capi delle Ucc, Guglielmo Guglielmi, ebbe solidi contatti in Francia con Hyperion e riparò successivamente in Nicaragua, sede della latitanza dorata di Alessio Casimirri, il brigatista cresciuto in Vaticano. Nell’inchiesta sulle Ucc è emersa anche la possibilità che il gruppo avesse agganci con il mondo criminale e in particolare con la ’ndrangheta calabrese.

L’eventuale coinvolgimento nel caso Moro della ’ndrangheta così come dell’istituto Hyperion – sospettato di manovrare il terrorismo di sinistra in Europa e gestire i traffici di armi tra le formazioni eversive e i palestinesi – sono ulteriori aspetti posti sotto osservazione dalla nuova Commissione Moro e al tempo stesso ampiamente trattati nel volume di Benadusi, che Tra le righe libri si appresta a pubblicare.

Terrorismo rosso. La sinistra eversiva nell’Italia repubblicana
di Marco Benadusi
Tra le righe libri
354 pagine – euro 20,00

Ordinabile qui:

https://www.ibs.it/terrorismo-rosso-sinistra-eversiva-nell-libro-marco-benadusi/e/9788899141585