Una torre di libri (solo fino al 18 aprile)

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Fino al 18 aprile “Una torre di libri”

Per fare crescere i libri non basta stamparli, bisogna anche diffonderli e farli leggere. A quanta più gente possibile. E unire il catalogo facendolo diventare una sorta di torre, nella quale un libro sostiene l’altro.

Un insieme, un gruppo, con radici solide e la voglia di essere parte integrante di un sistema.

Tra le righe lancia fino al 18 aprile una proposta che persegue l’idea di far girare quanti più libri possibili del catalogo di Tra le righe e Garfagnana editrice.

Fino al 18 aprile spediremo a casa di chi ordina, ma anche di chi intende fare un regalo, dieci libri misti scelti dalla nostra redazione. Il ricevente potrà leggerli e o regalarli diffondendo alla fine tutto il catalogo.

La spedizione la paghiamo noi, mentre il lettore per 10 libri pagherà solamente 49 euro.

Per ordinare e ricevere le note di pagamento basta inviare una email a tralerighelibri@gmail.com indicando nell’oggetto “Una torre di libri”.

Voci e ombre dal Don: il nuovo libro sull’Armir di Pino Scaccia

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Voci e ombre dal Don
Lettere, documenti, memoriali e immagini dell’ARMIR in Russia

di Pino Scaccia
Pagine 246 – Euro 16,00 – ISBN 9788899141950

La tragedia dell’Armata Italiana in Russia (ARMIR) è ancora oggi molto sentita in chi ha ereditato da genitori o nonni, il dubbio. Il non aver mai conosciuto la fine di migliaia di alpini, fanti e artiglieri provenienti da tutto il paese, ha generato nel tempo un forte desiderio di scoprire, di ritrovare, di rintracciare, i segni o i resti di quei ragazzi.

Questo libro riunisce tante storie attraverso documenti, lettere, memoriali e aiuta a riprendere le ricerche. Dal mistero di Giuseppe Accettura a Enea il pacifista; passando attraverso Ceriani l’elettricista o Pons “il bombarolo”; e ancora le lettere del nonno Gastone o di Giuseppe Piervitali. Ma sono tantissime le storie raccontate in questo ultimo lavoro di Pino Scaccia, che è diventato negli anni un punto di riferimento per chi sta cercando i dispersi di Russia.

Il libro esce in prossimità dell’inizio dello scavo delle fosse di Kirov. La grande speranza per i familiari dei dispersi dell’Armir che sono ancora più o meno quarantamila. Una cifra enorme. Tante saranno le storie ancora da scoprire, racchiuse nella gigantesca fossa comune venuta alla luce a ridosso della ferrovia Transiberiana.

 

L’autore

Inviato storico del Tg1 Rai ha seguito tutti gli avvenimenti più importanti degli ultimi trent’anni, sia in Italia che all’estero. Alla tragedia dell’Armir ha dedicato numerosi reportage, dopo essere entrato per primo negli archivi di Mosca e aver scoperto documenti nascosti per mezzo secolo dal regime sovietico.
Ha scritto nove libri, due dedicati alla campagna di Russia: “Sulle tracce di un esercito perduto” (Nuova Eri, 1992 riedito da Tra le Righe, 2015) e “Lettere dal Don” (Rai Eri, 2011).
Molto attivo sul web, ha attivato un blog dedicato alla ricerca dei dispersi e una pagina Facebook con banca dati e indirizzi utili.

http://www.pinoscaccia.worpress.com

A Barga gli incontri letterari del Tra le righe winter

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Tra le righe winter festival Barga: tre appuntamenti letterari in collaborazione con il Cai, Unitre, l’Istituto alberghiero ISI e Slow Food

Tornano gli appuntamenti del Tra le righe winter festival Barga, una serie di incontri letterari curati nell’ambito delle attività della Biblioteca comunale “Fratelli Rosselli”, in collaborazione con importanti realtà associative e culturali del territorio della valle del Serchio. L’evento giunto alla sua quinta edizione, propone incontri letterari in collaborazione con l’Istituto alberghiero ISI, con il CAI di Barga, con l’Unitre e con Slow Food Garfagnana e Valle del Serchio.

In primo piano la memoria dei nostri antenati attraverso le incisioni rupestri ritrovate sulle montagne toscane. Poi la fame di guerra con le ricette del poco e del senza, raccontate e riproposte con l’istituto alberghiero. E infine alcuni racconti sulla vita in valle negli anni sessanta che mettono in risalto il cambiamento in pochi anni di intere comunità.

Il Tra le righe winter in collaborazione con Biblioteca comunale “Fratelli Rosselli” e amministrazione comunale di Barga, dal 2013 ha portato a Barga in biblioteca molti autori. Tra questi: Marco Malvaldi, Marcello Simoni, Marco Vichi, Fabio Genovesi, Vincenzo Pardini, Giuliana Sgrena, Francesca Duranti, Romano Sauro, Alessia Sorgato, Arturo Viglione,  Alessandra Monasta.

 

Si inizia venerdì 24 marzo alle ore 17,30 presso la biblioteca in Villa Gherardi, quando si terrà la presentazione, con la collaborazione di Unitre Barga, del libro di Patrizia Bartoli “Travestimento proibito”. Presentano Paola Stefani, Giovanna Stefani e Andrea Giannasi.

La valle del Serchio e la vita di paese negli anni ’50 e ’60, ma non solo, sono lo sfondo su cui si svolgono i sette racconti di questa raccolta. Sono i decenni di un difficile passaggio tra un mondo semplice, fatto di tradizioni e incrollabili regole sociali al limite del pregiudizio, e la modernità con le sue promesse di libertà e di benessere, spesso però ancora illusorie. I diversi protagonisti vorrebbero seguire le proprie aspirazioni ma non riescono ancora a liberarsi dai cliché che li imprigionano. Nascono così storie come quella di Raul, che aspira al benessere e si illude di ottenerlo con facilità. S’impelaga in traffici illeciti e vende anche se stesso, ma alla fine dovrà pagare un amaro conto alla vita. Oppure quella del ritorno di Alberto dall’inferno della guerra. Solo dopo aver superato difficili prove, riuscirà a trovare la felicità nell’affetto della famiglia e nelle piccole cose di tutti i giorni. Difficile rientro anche per Antonio, che aveva creduto alle menzogne del Fascismo e che ora subisce l’emarginazione e il disprezzo da parte del paese. Diversa è invece la storia di Anita, che aspira alla felicità senza tuttavia raggiungerla che solo in parte.

 

Venerdì 7 aprile alle ore 21, il CAI di Barga e Tra le righe libri, presso l’aula consiliare (Palazzo Pancrazi) presentano il libro “La memoria della Roccia” di Giancarlo Sani. Un viaggio tra le montagne della Toscana alla scoperta delle tracce ancestrali dei nostri antenati, che usavano le rocce delle Apuane o degli Appennini per riti religiosi, atti di devozione, momenti di iniziazione o segni legati alle divinità come la maternità.

“Le pietre, le rocce hanno suscitato un grande interesse per l’uomo che da sempre le ha conferito un posto in primo piano nella sua vita quotidiana”. La ricerca e lo studio delle incisioni rupestri consente di entrare in un mondo, che fin dalla preistoria, testimonia la volontà dell’uomo di comunicare con altri uomini e con il divino. In tempi più vicini a noi questi segni sono una presenza integrante della cultura popolare espressione della religiosità e spesso usati come simboli apotropaici. In Toscana fino a pochi anni fa le incisioni rupestri erano sconosciute e non esisteva nessuna segnalazione di rocce incise dalla mano dell’uomo.

 

Infine sabato 8 aprile alle ore 11 presso l’aula magna ISI, in occasione dello Slow Food Day, la condotta Slow Food Garfagnana e Valle del Serchio, Tra le righe libri e ISI di Barga, presentano il libro “Fame di guerra” di Simonetta Simonetti.

Si tratta di un viaggio tra la prima guerra mondiale e gli anni cinquanta alla scoperta dei cambiamenti della cucina italiana. Dalla penuria e la nascita della cucina del poco e del senza, alle ricette di guerra; dalla tavola autarchica fino all’educazione della donna all’essere “maestra del riciclo e del riuso”. Uno slogan su tutti: “la cucina del poco e del senza”.

Gli italiani nel Novecento hanno dovuto fare i conti con termini quali il razionamento, l’annona, i surrogati, l’autarchia, la fame da trincea, la gavetta e la marmitta. Tutte parole che mascheravano la fame di guerra e, come accadde dopo le sanzioni imposte dalla Società delle Nazioni nel 1935, la restrizione. Il fascismo coniò slogan come “Chi mangia troppo deruba la Patria” e inaugurò gli orti di guerra sostituendo il té con il carcadè, il Caffè con il Caffesol, una sorta di miscela marroncina che nulla manteneva dell’aroma proprio del caffè, e la pasta, dopo una forte propaganda, con il riso, prodotto dalle risaie italiane. Fin dal 1914 furono le massaie chiamate in prima fila a evitare sprechi e inventare la cucina del riuso e del riciclo. Nulla si doveva buttare. Tutto era buono per altri manicaretti. Si moltiplicarono così fino al boom economico degli anni ’50 libri di ricette, suggerimenti e ordini per sfamare un popolo chiamato a combattere, oltre che il nemico, la fame continua. Sarà l’industrializzazione e il consumismo a riempire la pancia degli italiani che una volta sfamati dimenticheranno l’utile e, tutto sommato, “piacevole” cucina del poco e del senza.

Partecipano, con l’autrice, Giovanna Stefani, Catia Gonnella, Alessio Pedri, Ivo Poli, Andrea Giannasi.

In ultimo, come tradizione, allo studio un evento off che verrà presentato nelle prossime settimane.

Il programma completo sul sito www.prospektiva.it

Vincenzo Pardini introduce il libro su Carlo Cassola e il disarmo edito da Tra le righe

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Lo scrittore Vincenzo Pardini – in libreria con il romanzo “Grande secolo d’oro e di dolore” uscito per Il Saggiatore – ha introdotto il libro curato da Federico Migliorati e Angelo Gaccione sul carteggio tra quest’ultimo e Carlo Cassola.
Pubblichiamo la prefazione integralmente tratta dalle prime pagine dell’epistolario.

Introduzione

Ci sono scrittori che coinvolgono il lettore, qualsiasi argomento affrontino. Carlo Cassola è tra questi. Benché sia mancato nel 1987, la sua presenza continua ad essere assidua nel panorama della nostra letteratura. E non solo. Curati da Alba Andreini, oltre il Meridiano, Mondadori sta ristampando i suoi libri negli Oscar, apprezzati anche dai giovani. Carlo Cassola aveva fatto suo il principio che uno scrittore deve sapersi spendere per la gente.  Aspetto che emerge da queste lettere sul disarmo, indirizzate al collaboratore e sodale Angelo Gaccione, tra le cui righe incontriamo anche personaggi illustri, ai quali lui, sovente, non risparmia strali.

Uomo leale e diretto, Cassola metteva la faccia in ciò che faceva e diceva. Artista nato, nella sua missione di scrittore (tale bisogna definirla, non lavoro) teneva al centro la vita e la sopravvivenza dell’umanità, che vedeva a rischio estinzione a causa del proliferare delle armi, cultura a cui nessun paese aveva e ha mai rinunciato, tantomeno l’Italia.

Al riguardo, il suo pensiero era assoluto e controcorrente: l’umanità avrebbe dovuto rinnegare il concetto della guerra per aderire in senso totale (oggi si direbbe globale) a quello della pace. Un concetto che bene esprime in una delle sue lettere: “Come ebbi a scrivere in una amichevole discussione con Don Maria Turoldo, che è un membro della Lega, non si può essere antimilitaristi solo per cinque minuti e cattolici, marxisti e libertari per il resto della giornata. In questo modo si lascia che il militarismo prosperi: il torto del movimento di rinnovamento è stato di lasciarlo pro-sperare”. Poco sopra puntualizza che “la nostra Lega non è chiamata Lega per il disarmo italiano, ma ‘Lega per il disarmo dell’Italia’. È stato lasciato cadere l’aggettivo ‘unilaterale’, che i più hanno giudi-cato superfluo e controproducente.

Io lo avrei conservato, perché mi sembrava caratterizzante e che servisse a distinguerci dalle innumerevoli iniziative pacifiste prese in passato e che non sono servite a niente”. Benché gli fosse piaciuto mantenere il termine ‘unilaterale’, sentito il parere dei più, vi rinuncia.

Cosa che, ancora una volta, spiega il suo carattere: non solo pacifista, quanto civile e democratico nell’accezione del termine.

Bella e significativa, questa corrispondenza, tra l’altro, ci porta a rivisitare la storia del secolo scorso che, se la compariamo con quella di oggi, specie riguardo alle guerre, ci avvediamo che niente è cambiato, se non in peggio. E, per dirla con Cassola, il mondo “può saltare in aria anche domani. Davanti a questa spaventosa e quasi inimmaginabile eventualità, tutto il resto diventa secondario.

Mi vien da ridere quando mi vien dato del violento. Da parte di chi? Da parte di persone che non sanno di essere sedute sull’orlo di un vulcano”.

Nel frattempo il suo progetto di formare una Lega con numerosi iscritti prende sempre più consistenza; fra gli adepti, troviamo personaggi del calibro di Cesare Musatti, Ernesto Balducci, Roberto Guiducci ed Ernesto Treccani. In realtà intellettuali e scrittori restano distaccati, se non indifferenti; non tanto perché non condividano Cassola, quanto per non esporsi. Giuseppe Prezzolini ha scritto di loro (gli intellettuali) che in Italia sono “sempre stati di una sola tendenza – naturalmente con qualche eccezione – e cioè dalla parte di chi dominava o, nel caso dei più furbi, di chi stava per dominare”.  Militari e militaristi non perdevano invece occasione di attaccarlo sui giornali. Questi ultimi, come il “Corriere della Sera”, iniziano a chiudergli le porte; ma lui ripiega su fogli e riviste di frontiera tra cui “L’Asino”. Cominciano tempi duri. Ma non demorde. Ha fede nelle sue idee di pacifista. Tanto che ad Angelo scrive: “Non abbiamo giornali, non riusciamo a farci sentire. Se potessimo farci sentire, sgomineremmo gli avversari in quattro e quattr’otto: dato che non hanno argomenti.

Rimarrebbero militaristi solo i militari di carriera e i fascisti: tutti gli altri, cioè l’immensa maggioranza, verrebbe con noi”. L’ansia e la ricerca delle ragioni del disarmo, lo portano a vedere la natura sotto nuovi aspetti, si avvicina alla vita degli animali e li mette al centro della sua narrativa perché, dice, “parlano un linguaggio più universale degli uomini: le loro storie sono meno localizzate, potrebbero avvenire in qualsiasi parte del mondo.

Non è un caso, secondo me, che abbiano avuto un successo le storie di cani di Jack London o “La fattoria degli animali” di Orwell. La storia di un animale si presta meglio a divenire una favola morale che non una storia di uomini. La quale è per forza di cose molto circostanziata”. Pensiero che ribadirà in una intervista a Tino Dalla Valle su “La Nazione” del 16 gennaio 1978 allorché vince il premio Bagutta con L’uomo e il cane (Rizzoli editore) prevalendo su Alberto Arbasino e Giorgio Manganelli. Cassola, racconta il cro-nista, ha “gli occhietti vivaci in un volto quasi da asceta incorniciato di capelli bianchi”.

Ha 60 anni, la salute gli dà problemi, ma la forza di volontà di proseguire nel suo progetto di disarmo e di pace fra tutti i popoli non gli è venuta meno. Alla domanda di Dalla Valle se pensa che il riconoscimento del Bagutta potrà aiutarlo nella sua campagna per il disarmo unilaterale, risponde: “Certamente. In questa battaglia che conduco ormai da anni ho avuto molte delusioni dagli ambienti intellettuali, proprio dove credevo di trovare un maggiore appoggio.

Non mi meraviglia questo, perché chi è già indottrinato fatica a modificare le proprie impostazioni ideologiche. La gente comune, invece, è stata più pronta a capire e sono molti che mi appoggiano senza riserve”. Dichiarazione in sintonia con queste lettere, nelle quali convergono anche considerazioni sull’arte di saper narrare, e dove non manca Flaubert. Poi si sofferma sul periodo della Resistenza a cui prese parte, affermando che l’ha fatto crescere e maturare.

Pagine intense, che svelano momenti anche inediti della vita di questo grande scrittore, l’unico, almeno da noi, che abbia perseguito, fino alla morte, l’idea che l’umanità dovrebbe abolire la cultura della guerra e instaurare quella della pace.

Ma perché questo avvenga, bisognerebbe cominciare dalle scuole, capovolgendo il concetto che i grandi condottieri del passato, da Alessandro Magno a Napoleone, fino a quelli dei giorni nostri, siano degli eroi, mentre altro non sono che mandanti ed esecutori di stragi di massa, contro popolazioni sovente inermi quanto ignare e innocenti. Solo così si può sperare nella realizzazione di un cambiamento di mentalità e di cultura, prendendo coscienza che l’unica strada che l’umanità deve percorrere, per la sua sopravvivenza, è quella della concordia e della pace. Cassola, come gli antichi profeti, non ha avuto timore di far sentire la sua voce.

Una voce di cui dovremmo farci carico come di un’eredità morale, e proseguire a diffonderla, in quanto il suo messaggio non è stato mai così attuale come oggi.

Vincenzo Pardini

Tratto da:

Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Gaccione 1977-1984
A cura di F. Migliorati, A. Gaccione
Editore: Tra le righe libri
Anno edizione: 2017
Pagine: 266 p. , ill. , Rilegato
EAN: 9788899141868

https://www.ibs.it/cassola-disarmo-letteratura-non-basta-libro-vari/e/9788899141868

Il libro di Vincenzo Pardini.

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L’oscuro male della bellezza nel noir di Ciro Pinto. Abbiamo intervistato l’autore.

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Intervista a Ciro Pinto, autore de Il passero e l’Imperatore (Tra le righe libri, collana noir Nero).

Come nasce il romanzo: Il passero e l’Imperatore?

Il mio ultimo romanzo nasce da un percorso lungo e tortuoso. Circa tre anni fa, fui ospite a casa di un’amica nella sua villa di famiglia a Capri. Mia moglie ed io restammo colpiti dalla bellezza e dalla storia di questa villa, che prima di essere acquistata dalla famiglia della nostra amica negli anni cinquanta, era appartenuta alle sorelle americane Walcott-Perry che ne fecero uno dei salotti più frequentati dai personaggi illustri nella Capri degli inizi del ‘900, come Axel Munthe, Friedrich Alfred Krupp, Jacques Fersen, Oscar Wilde, Compton Mackenzie. -Nella finzione del romanzo la villa è stata trasformata in un residence e ha ovviamente un nome diverso-.

Il fascino dell’isola di Capri e della villa e la mia curiosità mi spinsero alle letture de L’esule di Capri, di Roger Peyrefitte, che narra la storia di Jacques Fersen e della sua Villa Lysis, e de Le vestali del fuoco, di Compton Mackenzie, dove è narrata la vita mondana nei primi anni del secolo scorso a Capri e in particolare della villa in questione. In questi romanzi si evince come in ogni cosa ci sia l’impronta della bellezza, e allora condii il tutto con ripetute escursioni nei classici come Platone e Aristotele approfittando del bellissimo saggio di Umberto Eco: La storia della Bellezza.

Nacque così l’idea di narrare una vicenda ambientata in quella villa che in qualche modo trattasse del concetto di Bellezza. Un’impresa difficile e vasta, visto l’argomento. Iniziai a sentire che rischiava di diventare un romanzo dallo stile patinato e dal contenuto un po’ in bilico tra il decorativo e il retorico. Poi, d’improvviso, presi una direzione diversa. Spulciando i classici m’imbattei in Tacito e Svetonio. Nelle loro opere, rispettivamente Annales e Vita dei Cesari, si parla di Tiberio e dei suoi anni capresi. Della sua crudeltà in quegli anni, pur essendo stato sempre un imperatore equilibrato e in qualche caso umile. La querelle se fossero tutte maldicenze messe in giro a Roma per rovinarne la reputazione e preparare il terreno al suo successore o se davvero fosse stato così crudele mi aprì finalmente la strada per la stesura del mio romanzo.

 

Dunque il tema del romanzo è la vicenda di Tiberio?

No, questo tema è soltanto tratteggiato, ma è servito per parlare soprattutto di ammirazione, desiderio, possesso e dominio. Partendo da un presupposto che è stato il mio ingaggio: Tiberio davanti alla bellezza dell’isola ha perso il suo abituale equilibrio ed è caduto negli eccessi in una sorta di delirio di onnipotenza, ho voluto parlare dell’altra faccia di Venere, cioè del lato oscuro della Bellezza. Di come possa scatenare istinti e pulsioni perversi. Ho voluto scrivere di come si possa passare dai sentimenti legittimi che la Bellezza può suscitare, come ammirazione e desiderio, alla smania del possesso fino al delirio del dominio.
In realtà si tratta di una storia moderna e attuale, ambientata nella Capri dei nostri giorni.

 

Ma chi sono i personaggi e di cosa tratta la storia?

La storia è incentrata sulla vacanza sull’isola di quattro persone che prenotano gli appartamenti di Villa Moresca per l’ultima settimana di Giugno. I quattro ospiti della villa arrivano nella giornata di sabato, non si conoscono.

Clara è un’arredatrice milanese, è una donna di rara bellezza, di trentatré anni. È angosciata dai ricordi e dai rimorsi per quello che è accaduto durante il soggiorno di due anni prima, quando è venuta a Capri insieme a Davide, un vedovo cinquantenne di cui si era innamorata e con il quale aveva occupato l’appartamento C.

Brian è un professore americano. È un quarantenne, divorziato. Appassionato di Storia e Letteratura, parla molto bene l’italiano. Vive un po’ fuori dalla realtà, concentrato sulle sue letture e sulle sue ricerche storiche. È venuto sull’isola attratto dalla sua bellezza, e con l’intento di approfondire una tematica storica che lo sta appassionando negli ultimi tempi: se davvero l’Imperatore Tiberio sia stato così crudele negli ultimi anni della sua vita trascorsi a Capri.

Paolo è un giovane cadetto dell’Accademia Navale di Livorno, ha ventidue anni, orfano di entrambi i genitori. Benché non sia mai stato a Capri e nella villa, è anche lui legato all’appartamento C e lo prenota per quel soggiorno con un obiettivo preciso.

Giulia è una giovane napoletana, irrequieta e instabile. Ha abbandonato la madre e gli studi per seguire il suo spirito ribelle. Ha vissuto l’ultimo anno in Irlanda, insieme a Irwin, di cui sembrava innamorata. Ma lo ha lasciato ed è tornata a Napoli per andare direttamente a Capri dove trascorrerà quella settimana per riflettere su se stessa.

La trama si svolge seguendo i giorni della settimana e la vita dei quattro sull’isola, e ha sullo sfondo il mistero dell’appartamento C. Dai rapporti che s’instaureranno tra i protagonisti, dai loro pensieri, dalle riflessioni e dai dialoghi si delineerà la storia di ognuno e s’intuiranno le connessioni tra alcuni di loro.

Si arriverà al giorno topico, il venerdì, che svelerà tutte le verità, fino ad allora soltanto sussurrate o accennate. E, infine, l’ultima, sconcertante verità darà un senso a tutta la trama.

 

Oltre alla Bellezza, c’è il riferimento a qualche altro concetto universale?

Sì. Il Rispetto. Per diverse ragioni e da diverse angolazioni, tutti e quattro i protagonisti arriveranno alla conclusione che la Bellezza e, più in generale, i rapporti tra le persone, non possono prescindere dalla condivisione e dal Rispetto.

 

Perché un noir?

Bè, un noir per un duplice aspetto. Il primo: tecnicamente nel romanzo non c’è un investigatore. I protagonisti sono vittime o esecutori. C’è in loro l’elemento autodistruttivo che caratterizza il noir. Insomma gli ingredienti sembrano corrispondere al genere.

Il secondo: nel genere noir tutto ciò che appare all’inizio muta man mano, le luci si trasmutano, le sembianze si offuscano e via via le immagini e le persone assumono vesti sempre più diverse dalle apparenze. Trattando della mutazione di quegli istinti di cui scrivevo prima mi è sembrato che il processo corrisponda appieno.

Infine, anche se non si tratta di un noir metropolitano, anche ne Il passero e l’Imperatore l’ambientazione vive e partecipa come protagonista della storia. Non è una città, ma l’isola.

 

Tra le righe libri ha una Vision ormai chiara a tutti: i libri come pietre d’angolo. In che modo lo è il suo?

Conoscendo la coerenza e lo spessore culturale dell’Editore, posso soltanto dire che se ha ritenuto di aprire una collana noir, denominata Nero, vuol dire che ha intravisto in questa narrativa di genere spunti e riflessioni in linea con il suo catalogo, indirizzato più a raccontare la Storia. Penso che il dramma, la sofferenza e la tendenza autodistruttiva del genere noir siano pietre d’angolo dell’Umanità. Andando nello specifico del mio romanzo, suppongo che i temi trattati e la loro universalità lo abbiano invogliato alla pubblicazione.

 

 

https://www.ibs.it/passero-imperatore-libro-ciro-pinto/e/9788899141844

Carlo Cassola e il disarmo: la letteratura non basta. In libreria il saggio sul “partito della vita”

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19 ottobre 1979

Ogni volta che uno comincia una cosa, sono portato a domandarmi se avrà il tempo di finirla. Così, davanti alla prima puntata del bel romanzo di Vincenzo Guerrazzi Bombe, missili e cannoni, sono portato a domandarmi se il vostro settimanale avrà il tempo di terminarne la pubblicazione.

Non facciamoci illusioni: il mondo può saltare in aria anche domani. Davanti a questa spaventosa e quasi inimmaginabile eventualità, tutto il resto diventa secondario. Mi vien da ridere quando mi viene dato del violento. Da parte di chi? Da parte di persone che non sanno di essere sedute sull’orlo di un vulcano.

Tutti i nostri scrupoli sono bruciati dalla situazione disperata nella quale ci troviamo. Non dobbiamo preoccuparci di nulla, perché in realtà nulla è importante davanti alla spaventosa prospettiva che abbiamo di fronte. Possiamo chiudere gli occhi, come gli struzzi; ed è quello che fanno tutti, anche gli operai che lavorano nelle fabbriche d’armi, anche gli scienziati che le progettano. Ma questo volontario accecamento non impedirà la catastrofe. Chiudere gli occhi davanti alla realtà non vuol dire che questa non produca i suoi frutti. Oggi sta per produrre il frutto più avvelenato: la fine del mondo. È iscritta nell’attuale ordine di cose, e non potrà non venire, se le lasciamo stare allo stesso modo. Bisogna assolutamente cambiarle prima che sia troppo tardi.

La gente non ci pensa. A me dà dell’apocalittico e del menagramo, solo perché faccio certe previsioni, assolutamente ragionevoli.

Chi va a lavorare nelle fabbriche d’armi (come l’operaio protagonista del romanzo di Guerrazzi) produce ordigni di morte con la massima incoscienza. Tanto ammazzano solo negri e meticci: in altri continenti, non nel nostro.

Eppure un proverbio dice: “Chi la fa l’aspetti”. E un altro, assolutamente simile: “Chi semina vento raccoglie tempesta”. Il male che facciamo esportando armi lo sperimenteremo anche noi, decuplicato.

Naturalmente occorre una forza d’animo straordinaria (come quella dell’obiettore di coscienza) perché un operaio rinunci al proprio lavoro. Ma è necessario che lo faccia. Pur coscienti che l’alternativa è la disoccupazione, noi chiediamo a questi compagni operai di fare obiezione di coscienza. Il romanzo di Guerrazzi, fondato su un ope-raio che deve rinunciare al proprio lavoro in una fabbrica d’armi, e quindi al mantenimento della propria famiglia, mi sembra indicativo di questo contrasto e di questa necessità.

Naturalmente una certa morale lo condanna. La morale piccolo-borghese, a cui s’inchinano anche i Sindacati. Per questa morale, la famiglia è la prima cosa. L’operaio di Guerrazzi, che ha abbandonato la famiglia per un’altra donna, è già per questo spregevole. Rifiuta anche di continuare a lavorare in una fabbrica d’armi: è proprio un fuorilegge, che diamine.

La lega per il disarmo unilaterale è un’obiezione di coscienza generalizzata, cioè un fatto politico: è il solo strumento di cui dispongono i lavoratori per superare la contraddizione di cui ho appena parlato. Per questo diciamo loro: rafforzatela e sostenetela.

Non vi fidate di chi vi dice di fare il vostro interesse. Se vi dice di lavorare nelle fabbriche d’armi, va certo contro il vostro interesse. Quelle stesse armi che oggi ammazzano i negri, un giorno ammazzeranno i vostri bambini.

Gli operai non devono fabbricare strumenti di morte: devono fabbricare solo strumenti di vita. L’operaio è quasi il simbolo di un’attività che dovrebbe essere gioiosa perché volta a produrre beni di cui gli uomini hanno bisogno per vivere.

Esistono due partiti solamente: quello della morte e quello della vita. Il partito della morte ha un solo nome: fascismo. Lo ha dall’altro dopoguerra, quando per la prima volta comparvero i lugubri gagliardetti col teschio; lo ha da quando un generale fascista spagnolo gridò: “Viva la morte!”, aprendo finalmente gli occhi all’umanista Unamuno e facendogli capire quale scelta sbagliata avesse fatto. Lo ha dal tempo della prima e della seconda guerra mondiale, dei bombardamenti e delle carneficine.

Il partito della vita dev’essere il nostro. Ma non potrà sorgere finché l’attività umana continuerà a essere rivolta verso la guerra, come dimostra il caso di questi operai impiegati nelle fabbriche di morte.

Non soltanto loro, tutti gli appartenenti a una società sbagliata come la nostra, apparteniamo al partito della morte. Siamo infatti finalizzati alla guerra; cioè, tolleriamo la presenza delle forze armate. Noi della Lega per il disarmo unilaterale abbiamo deciso di uscire dal partito della morte e fondare il partito della vita.

Carlo Cassola

Lettera di Cassola tratta da:
Cassola e il disarmo. La letteratura non basta. Lettere a Gaccione 1977-1984
A cura di F. Migliorati, A. Gaccione
Editore: Tra le righe libri
Anno edizione: 2017
Pagine: 266 p. , ill. , Rilegato
EAN: 9788899141868

https://www.ibs.it/cassola-disarmo-letteratura-non-basta-libro-vari/e/9788899141868

 

 

 

Il thriller noir, oltre le apparenze e i sorrisi di circostanza, di Ciro Pinto

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Vivere? Un azzardo per lei pretendere tanto. Le sarebbe bastato soltanto qualche momento, come una passeggiata. Avrebbe voluto farla con Brian, nella stradina che iniziava dal piccolo arco attaccato al Municipio nella Piazzetta, sfiorare gli abitini di cotone appesi all’entrata delle piccole botteghe, sentire le sue mani sui fianchi, che la giravano per poterla guardare, per dirle se quel colore e il taglio del vestito le donavano. Arrossì, come se avesse gridato i suoi pensieri a squarciagola, e che ora parevano rimbombare nel silenzio di quei due anni. Un silenzio che sgorgava dai sensi di colpa, ingiusti come le pene che si era imposta. Nel suo inconscio il processo delle responsabilità aveva intrapreso percorsi contorti fino a ribaltare la genesi della colpa. Si sentiva affranta e sconsolata, aveva immaginato un’altra vita per lei quando aveva l’età della ragazza conosciuta quella mattina.

A venticinque anni aveva le idee molto chiare e progetti precisi. Come le diceva sua madre, lei non poteva andare a sbattere, perché guidava ogni sua azione con prudenza e saggezza. Ed era vero. In fondo non era mai stata giovane, concluse con rammarico.

Aveva scelto di fare l’arredatrice, lo aveva sempre voluto, non sapeva perché, ma non aveva mai avuto dubbi. Non aveva dedicato molto tempo all’amore. I tanti ragazzi che la cercavano le sembravano insignificanti, troppo instabili, goffi o immaturi. Le sue storie duravano poco, presto l’annoiavano, non si era mai innamorata. Niente pareva coinvolgerla, teneva sempre tutto sotto controllo.

Spesso suo padre la guardava preoccupato. L’aveva anche punzecchiata qualche volta, notando che era strano che non avesse ancora un fidanzato, ma lei rispondeva piccata che non ne sentiva alcun bisogno. Almeno per allora. Le aveva parlato del tempio di Delfi, di Apollo, sul frontone occidentale, splendido, fatto di luce, di armonia, e di Dionisio, sul versante orientale, inquietante, immerso nel buio, nel caos. Erano opposti, sì, ma ognuno serviva all’altro, senza l’uno l’altro diventava un fantoccio, un inutile totem, che persino il più stupido degli uomini avrebbe smontato. Aveva continuato a filosofeggiare fino a concludere che lei, tra le due statue, era Apollo, che la sua luce, la sua armonia dovevano mischiarsi al buio, calarsi ogni tanto nel caotico disordine degli istinti. Non aveva aggiunto altro. Quelle parole le erano apparse astruse, indecifrabili. Aveva un concezione chiara della sua vita e di ciò che avrebbe voluto. I suoi schemi tendevano all’ordine, alla perfezione, ogni altra dimensione le creava disagio.

E Davide, con tanti anni più di lei, le era parso subito appartenere a quella visione. E finalmente si era innamorata. Forse aveva bisogno di un uomo maturo, aveva sempre cercato qualcuno che l’affascinasse per equilibrio e saggezza. Era stata dura farlo accettare ai suoi, ma aveva sempre avuto la determinazione per ottenere quello che voleva.

Non avrebbe mai immaginato allora il futuro che l’attendeva.

[…]

Il passero e l’imperatore
di Ciro Pinto
Editore: Tra le righe libri
Collana: Nero
Anno edizione: 2017
Pagine: 230 p. , Brossura
EAN: 9788899141844

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Un maledetto noir come non ne avete mai letti: Gianni Monico è tornato

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Mi dice di chiamarsi Daniele e tante altre cose che non ricordo. Certo Daniele, hai ragione Daniele, sei bravo Daniele. E’ contento di avermi conosciuto, Daniele, che adora il golf e chiede se io lo pratichi. Naturalmente no, ma mi invita egualmente l’indomani lunedì sul campo lì vicino, uno dei più belli della Maremma, ma come fai a non conoscerlo! Rimaniamo d’accordo, io e il caro Daniele, di trovarci verso le 9 al Golf Club Punta Ala, l’attrezzatura per me, scarpe comprese, la noleggeremo. Ha gli occhi umidi dalla felicità di aver trovato un amico e anch’io un poco, ma per altri motivi, quando pago il conto.

Il mattino dopo ci troviamo all’ingresso del Club, non mi hanno fatto entrare, non sono socio e quando lo vedo mi fingo scocciato e suggerisco di andare a berci un caffè da qualche altra parte e anche di portarci sul green una bottiglia di champagne. Oh, sì, mi dice, ho un millesimato eccezionale al ristorante, andiamo a prenderlo subito.

Esattamente ciò che mi aspettavo.

Saliamo allegri sulla sua auto e in pochi minuti siamo dentro il locale.

E’ lunedì, giorno di chiusura, non c’è nessuno.

Apre due o tre banchi frigo giganteschi e finalmente si gira orgoglioso con la bottiglia in mano e un bel sorriso, peccato che trovi la canna della pistola puntata sulla fronte. Dai, Dani, metti giù piano piano che per carità non si rompa e girati che ti devo mettere queste belle manette rosa che di solito faccio indossare ai miei clienti più cari. Obbedisce educatamente.

Gli levo la cintura e la uso per legargli i piedi e apro lo champagne, ne vuoi Dani? Su non fare quel faccino, siamo amici, no? Non scalciare così, è inutile e mi fai diventare cattivo. Metto la cannuccia in questa scodella e succhi il vino poi muovi il sedere e mi fai vedere che sei contento, ok?

E’ seduto per terra, metto legna nel forno della pizza, l’accendo e mi siedo accanto a lui. Eh, caro mio, è stato difficile trovarti però è bello essere qui insieme a chiacchierare, magari mi spieghi anche perché hai fatto quello che hai fatto.

[…]

I vermi odiano il gin
di Gianni Monico
Editore: Tra le righe libri
Collana: Nero
Anno edizione: 2017
Pagine: 114 p. , Brossura
EAN: 9788899141837

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In libreria “Travestimento proibito” di Patrizia Bartoli vincitore del Premio Prospektiva 1.0

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«E se dicessi alla zia che voglio essere la bella addormentata nel bosco?»

La zia inorridisce naturalmente e scuotendo la testa borbotta che non è possibile. Lui è un maschio, non una femmina!

«Che ti passa per la testa?» chiede, guardandolo storto.

Continua a cucire il vestito nero, il cappello, gli stivali e prepara una spada di legno ricoperta di carta argentata.

Sergio è rassegnato e giorno dopo giorno si sottomette alle prove davanti allo specchio dell’armadio in piedi sullo sgabello di legno.

Inaspettatamente però trova un’insolita alleata in Anna.

La mattina di martedì grasso fratello e sorella decidono di scambiarsi i vestiti. Hanno quasi la stessa taglia, sebbene lui sia leggermente più alto. Escono di casa insieme prima delle otto, Sergio è Zorro, Anna è Biancaneve. Corrono a scuola e si nascondono nei bagni del primo piano. Nel giro di poco più di un minuto la trasformazione è perfettamente riuscita.

La prima risatina stupida lo coglie alle spalle. È Gianni della Quinta B, quel deficiente grande e grosso che ride sempre di tutti. Ne seguono altre in un crescendo che aumenta a mano a mano che Sergio si avvicina alla sua aula.

Compare sulla soglia nel suo bel vestito azzurro dai bordi dorati. I compagni stentano a riconoscerlo, poi esclamano un ‘Oh’ di meraviglia! Si danno di gomito gli uni con gli altri e scoppiano a ridere, a sghignazzare senza ritegno.

I più sfrontati gli urlano dietro che è proprio una bella principessa, che ha due gote rosse e una bocca da baciare! Arricciano le labbra e ammiccano tra di loro.

Sergio rimane sulla soglia della porta con gli occhi celesti che fissano allibiti quei volti che lo deridono. Forse non è stata una buona idea la sua, quei compagni non potranno mai capire fino in fondo il significato del Carnevale, la bellezza di un travestimento.

E non potranno mai capire il suo desiderio di essere altro da sé. Ma questo è un pensiero oscuro su cui anche lui ogni tanto inciampa e da cui si tira subito indietro intimidito.

[…]

Brano tratto da:

Travestimento proibito e altri racconti
di Patrizia Bartoli
Editore: Tra le righe libri
Anno edizione: 2017
Pagine: 100 p. , Brossura
EAN: 9788899141806

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“Qualcosa sta accadendo” di Valeria De Cubellis (Tra le righe) vincitore del Prospektiva 1.0

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La nebbia odora.
È una scoperta che mi ha cambiato.
Non di per sé il fatto che odori che è significativo, per carità, ma non abbastanza da indurre a una mutazione profonda nel modo di percepire il mondo, io credo.
Ciò che mi ha cambiato sta dietro, all’odore della nebbia.
È la possibilità di accorgermene, ora.
Capite?
Non prima.
E ve ne spiego la ragione: la scoperta dell’odore della nebbia è l’effetto di una causa che non è una causa qualsiasi.
L’ambito è quello dei Meccanismi Superiori alla Conoscenza ed è solo in virtù della mia attuale condizione che sono arrivato a questa Causa Maggiore. Ce ne sono tante. Io sono arrivato a questa.
Con Causa Maggiore intendo significare che si tratta di una causa i cui effetti condizionano in modo fondamentale l’esistenza. O più precisamente il modo di percepirla.
Ecco perché ho subìto una trasformazione.
Ovviamente è un peccato.
Non per l’odore della nebbia, sebbene abbia perduto un modo per godere la vita, in qualche misura, ma è un peccato perché intuisco che questo odore è una delle molteplici espressioni di una legge.
Una Legge Universale.

 

Ecco l’incipit di uno dei racconti di Valeria De Cubellis, pubblciato in “Qualcosa sta accadendo” vincitore del Premio Prospektiva 1.0

Qualcosa sta accadendo
di Valeria De Cubellis
Tra le righe libri
Anno edizione: 2017
Pagine: 128 p. , Brossura
EAN: 9788899141790

https://www.ibs.it/qualcosa-sta-accadendo-libro-valeria-de-cubellis/e/9788899141790