La storia del prigioniero di guerra IMI, Renzo Pellegrini

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Renzo Pellegrini fu catturato dai tedeschi l’8 settembre 1943 in Croazia e con i commilitoni fu caricato su carri bestiame piombati e portato al campo Stalag III C. It. 5110 di Kustrin, a nord di Francoforte sull’Oder. Poi il trasferimento al campo K1 di Auschwitz Birkenau e da qui, i primi di giugno del 1944, il passaggio all’Hermannschachtlager di Hindenburg, Stalag VIII B. 344-It. 22.
Il 5 ottobre del 1944 divenne, come gli altri italiani, un I.M.I. e gli fu attribuito lo status di internato che però lo rese del tutto indifeso, privato della “protezione dagli atti di violenza, dagli insulti, dalla curiosità”. Privato “del diritto alla personalità e all’onore”.
Qualificato come fordermann, ovvero un minatore, alle dipendenze del complesso minerario Kronigenluisengrube, scese nei pozzi Ostfeld, Westfeld e Hermannschacht per raccogliere il carbone che serviva per rifornire le industrie tedesche.
Le baracche del campo erano allineate su una vasta depressione, nelle vicinanze di un pozzo minerario, e questo fu teatro dei combattimenti di fine gennaio 1945 quando il campo venne liberato dai soldati sovietici del 1.o Gruppo Ucraino del Generale Ivan Stepanovič Konev.

«Il cannoneggiamento sovietico sulla città era continuo.
Giorno e notte. Il Lager, prossimo alle officine minerarie, era esposto ai colpi.
Nelle baracche sbrecciate, i tetti perforati, non era possibile restare. Presto ci trovammo divisi fra chi preferiva una rapida partenza verso l’interno della Germania e chi proponeva di attendere l’arrivo dei sovietici.
Nei magazzini alimentari del campo, sorvegliati dal Lagerfuhrer italiano, un maresciallo di carriera in su con l’età, scarseggiavano le scorte dei viveri. Molti ne chiesero la distribuzione appellandosi alla libertà di fuggire; proteggerle divenne arduo.
I pericoli nel campo, nelle baracche, sotto il tiro dei mortai russi, si fecero sempre più fitti. si diffuse la voce che il comandante fosse fuggito.
Il personale degli uffici amministrativi e dei lavori esterni, tecnici e sorveglianti, era come dissolto.
Sparito.
Fuori e dentro la zona mineraria, Lager compreso, si erano attestati dei soldati in divisa bianca, con le batterie dei cannoni. Non tolleravano le nostre apparizioni fuori delle baracche.
Il capocampo strappò il consenso di trasferirci in un caseggiato di mattoni col tetto solido dov’erano ubicati lo spogliatoio e il bagno dei minatori.
Sotto era stato ricavato un Bunker (rifugio) con un’unica porta».

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