Cartoline dall’inferno. Fenomenologia del male nello Stato Islamico

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L’irrompere degli attacchi terroristici dello Stato islamico ha rilanciato, a partire dalla strage di Charlie Hebdo del 2015, un’accresciuta domanda di senso sul fenomeno jihadista.

Più di tutto: com’è possibile strumentalizzare Dio ad uso e consumo delle pretese di dominio?

L’esame del Califfato porta a considerare il fenomeno Isis nei termini di un’espressione totalitaria che mira a un’espansione universale. Pur avendo in comune con i regimi totalitari del ‘900 – nazismo e stalinismo – il presupposto di un’ideologia propagandata come la verità (la lettura radicale dell’Islam nella prospettiva più rigida del takfīr), da imporre con violenza terroristica, massacri, pulizia etnica, distruzione della storia, lo Stato Islamico introduce una variabile decisiva.

L’Isis piega il soprannaturale a metodo e sostanza delle proprie espressioni, producendo una torsione a 360° del divino nel demoniaco. Con la pretesa, infondata, di agire per nome e per conto di Dio, il Califfato dà origine al capovolgimento della religione in strumento infernale di odio, conformandosi al profilo dell’antagonista di Dio: Iblīs, il demonio del Corano.
In questo inganno lo Stato Islamico finisce per macchiarsi di quella stessa massima empietà che combatte, entro una fittizia logica del martirio.

Il sociologo Fouad Allam ha sostenuto, a ragione, che «il discorso sui testi impedisce di vedere qualcosa di fondamentale, vale a dire gli esseri umani», ma nello stesso tempo è proprio dalla lettura del Corano disincarnata dalla storia e dalla condizione antropologica che si è generato l’odio assoluto dell’Isis verso l’umanità.
Il metodo di questo sfacelo  procede in parallelo a quella che abbiamo chiamato “logica del sillogismo” apodittico, che consiste nel sezionare il libro sacro  dell’Islam secondo il proprio orientamento prospettico, mediante quella che Fouad Allam chiama «la contabilità dei versetti».

Chi odia vi troverà sempre legna da ardere:

«Non è difficile enumerare i versetti che legittimano l’uccisione degli infedeli e quelli che la definiscono come un crimine (…) la contabilità dei versetti non è in grado di penetrare i meccanismi complessi dell’universo quasi schizofrenico in cui oggi è immersa gran parte della gioventù del mondo musulmano».

Un punto di vista condiviso da molti intellettuali di fede islamica

[…].

In ogni caso, la bussola è sempre la capacità di porsi delle domande.

L’autrice del saggio Primavera Fisogni (1963), è giornalista del quotidiano La Provincia di Como e filosofa teoretica. Filologa di formazione e allieva di Adriano Bausola all’Università Cattolica di Milano, si è dottorata in metafisica sotto la direzione del professor Lluìs Clavell alla Pontificia Università della S. Croce a Roma, perfezionandosi a Boston e Parigi. Ha firmato la voce “Terrorismo. Implicazioni filosofiche e antropologiche” della Nuova Enciclopedia Filosofica Bompiani (2006).
Tra le monografie sul terrorismo, ricordiamo: “Terroristi. La persona nell’agire eversivo” (Armando, 2004), “L’inaridimento dei terroristi” (Edusc, 2009, tesi di dottorato) e “Dehumanization and Human Fragility” (London, 2013).
Ha firmato decine di articoli scientifici in inglese e il sesto capitolo del volume Terrorism in a Global Village (New York, 2016) che ha ispirato questo saggio. Nel novembre 2016 l’autrice ha ricevuto la menzione d’onore degli psicologi americani per il saggio “Violence in the Us” relativo alle stragi nei licei e ai “mass murders”. Nel 2017, con Cartoline dall’inferno, ha vinto il Premio Nabokov per la saggistica inedita.

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