Italiani da Oscar: in California per conoscere Carlo Rambaldi, Pietro Scalia, Dante Ferretti, Giorgio Moroder, Mauro Fiore

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Italiani da Oscar: in California per conoscere Carlo Rambaldi, Pietro Scalia, Dante Ferretti, Giorgio Moroder, Mauro Fiore

In molti all’ultimo festival di Sanremo si sono meravigliati nello scoprire che un italiano, Giorgio Moroder (presidente della giuria del premio ligure), in realtà è uno dei musicisti, compositori, produttori, più famosi del mondo. Oltre ad aver venduto milioni di copie dei suoi pezzi musicali, ha lavorato molto nel cinema vincendo l’Oscar. Con lui un’altra pattuglia di italiani che hanno saputo conquistare la statuetta tanto ambita dal mondo della celluloide: Carlo Rambaldi, Pietro Scalia, Dante Ferretti, Mauro Fiore.
Si sviluppa su questo asse il saggio di Marcello Baretta dal titolo “Italiani da Oscar. Il talento italiano dietro ai blockbuster internazionali” (Tra le righe libri).
Abbiamo incontrato l’autore.

Come nasce questo saggio?

Ho sempre creduto che un libro fosse il mezzo più efficace e soprattutto onesto tramite cui far circolare la cultura. In questi anni segnati dall’avvento di internet, la circolazione dell’informazione si è moltiplicata, ma chiunque può pubblicare tramite blog, social network,  etc. contenuti di cui è difficile valutare l’autenticità, soprattutto perché non esiste un editore al di fuori di se stessi. Ci si auto-pubblica con un click. Con un libro è diverso: non solo il libro ha un autore che mette il nome e la faccia in copertina assumendosi la responsabilità di quello che afferma, ma il contenuto che propone passa al vaglio di una casa editrice, la quale esamina la credibilità, l’etica e la morale dei contenuti. Quando si legge un libro si può essere certi che quel testo sia una forma di cultura e di informazione. È così che nasce questo saggio: dalla necessità di raccontare delle storie che non rimangano articoletti da blog scorsi distrattamente su un tablet mettendo un like, bensì storie che arrivino al cuore delle persone, lasciando un segno. Mi torna alla mente un bellissimo passaggio del film “Contact”: un villain arrogante dice ad una giovane Jodie Foster “il mondo è ingiusto” e lei risponde “strano. Ho sempre pensato che il mondo fosse come noi lo facciamo”, ed infatti concludo il mio saggio dicendo che tutto può cambiare, se cambierà la mentalità. Scrivere questo saggio è stato un primo passo per far circolare conoscenza, cultura e svelare storie e retroscena che  stimolino un cambio di mentalità, o quantomeno diano possibilità di guardare le cose da un nuovo punto di vista.

Quali i personaggi che lei ha incontrato e quale la peculiarità della loro carriera?

Tra i talenti italiani di cui ho trattato nel saggio, ricordo con nostalgia i due incontri che ebbi di persona con Carlo Rambaldi. Il Maestro degli effetti speciali era un uomo mite, sempre gentile e disponibile, e allo stesso tempo molto riservato. L’umiltà era certamente la sua dote più grande: si apriva solo quando si trattava di spiegare qualche aspetto tecnico del proprio lavoro, e riusciva a farlo senza risultare saccente. Il suo tono determinato rivelava quanto la sua unica preoccupazione fosse spiegarsi al meglio, rendere accessibili a chiunque i segreti di un mestiere tecnologico e complesso. Più che serietà, la sua era professionalità: era davvero molto umile, tanto che ci si dimenticava di avere davanti un premio Oscar. La sua peculiarità era, a mio parere, la predestinazione: da bambino cercava la creta lungo i fiumi. Abitava proprio dietro il cinema del suo paese, la sua finestra affacciava alle spalle dello schermo. Assisteva suo padre nell’officina meccanica per biciclette che avevano al piano terra della casa. Insomma: arte, meccanica, cinema. Era nel suo destino fondere arte e tecnologia lavorando dietro le quinte del cinema.

Il cinema italiano naviga tra buoni film e produzioni di scarso livello; dove si annida il problema per riuscire ad avere finalmente un cinema maturo?

Questo è il punto nevralgico del saggio. Prima ancora di dare una risposta, è necessario analizzare cosa si intenda per “cinema maturo”. Se non si stabilisce a priori quale sia la meta, diventa impossibile scegliere la rotta per raggiungerla. Ci sono diversi aspetti del Cinema che vanno considerati, non ultimo il fatto che esso sia un’industria e come tale deve offrire posti di lavoro, possibilità di carriera, di crescita. Deve essere normato, regolamentato, andando a costituire un ambiente di lavoro sano, proficuo, corretto. E poi naturalmente c’è il Cinema come ambito artistico, ed essendo così variegato nelle sue forme espressive, nei suoi molteplici generi (o non-generi) bisogna affrontare caso per caso la discussione circa cosa sia maturo e cosa no. Di certo il Cinema italiano è autoreferenziale, non esportabile, aggrappato a tradizioni, usi, dialetti e costumi nazionali ed accanto al forte attaccamento al passato c’è un rifiuto del presente. Anche il cinema americano ha le sue pecche, e le ultime decadi segnate da remake, sequel, prequel, spin-off, crossover e reboot lasciano intendere che anche Hollywood stia cercando il futuro nel proprio passato, e questo porta ad un’impasse che non è ancora stato superato. Dunque, io non cercherei il “cinema maturo” nemmeno nell’industria americana attuale. Forse la maturità va ancora sviluppata, conquistata, imparando da prove ed errori.

Il saggio è anche una lezione per chi intende entrare nel mondo della celluloide (anche se ormai il digitale è il presente). Ci potrebbe indicare qualche consiglio che i maestri le hanno trasmesso con le loro interviste?

Assolutamente sì: il saggio, attraverso i resoconti delle esperienze di questi grandi maestri, deve poter offrire spunti e riflessioni per chi vuole entrare in questo settore. Come cerco di spiegare, il cambiamento deve essere all’interno, nella mentalità di chi il cinema lo fa. Io credo molto nei giovani, anzi forse credo solo nei giovani. Questo saggio nasce proprio per creare conoscenza: non si può cambiare un sistema se prima non ne si conoscono gli ingranaggi. Scoprendone i vantaggi e gli svantaggi, si può essere stimolati ad incrementare i primi ed eliminare i secondi. Sicuramente i Maestri che ho trattato invitano alla tenacia, all’impegno, alla costanza e alla sperimentazione continua. Ognuno di loro ha cercato di spingere i risultati oltre i limiti raggiunti in precedenza. L’obiettivo non sono la fama o i premi, ma portare la produzione cinematografica ad un livello qualitativamente maggiore. Anche senza pensare in grande, credo che per questi talenti l’obiettivo personale sia stato sfruttare al massimo le potenzialità. Non c’è spreco e rammarico più grande di saper di poter fare qualcosa, grande o piccola che sia, e non farla. È una gara in cui se ce la si fa, vincono tutti, perché anche gli spettatori ne traggono beneficio. Infine, sulla questione digitale-analogico, credo che il vero problema non sia nel supporto (girare in pellicola o in digitale) sebbene persistano differenze di resa fotografia a favore della pellicola, quanto negli interventi di post-produzione, dove l’utilizzo del computer è passato dal fotoritocco alla generazione totale dei contenuti: una volta il cinema stupiva e faceva sognare perché la magia era reale, realizzata tramite miniature, esplosioni controllate, stuntman, fondali dipinti, prospettive forzate, strategie di ripresa e altro. Ora si ricorre al computer anche quando non necessario. La magia si è persa, tutto ciò che vediamo è un disegno e non più uno spettacolo. Bisogna recuperare la dimensione spettacolare perché i film non diventino vuoti videogiochi usa-e-getta a cui la gente resta più o meno indifferente.

Infine la curiosità che lei ha scoperto su uno dei premiati con gli Oscar e che l’ha colpita di più.

C’è qualcosa che ho ritrovato un po’ in tutti, quasi denominatore comune, e che mi ha lasciato sorpreso, ma anche speranzoso e felice: sono tutti attaccati all’Italia. Amano il loro Paese d’origine, e continuano ad amarlo nonostante abbiano dovuto abbandonarlo. Non si tratta del solito palliativo che spesso accompagna dichiarazioni demagogiche: non riduce tutto alla mancanza della cucina sana o del buon clima. Lasciare il proprio Paese significa abbandonare una parte di se stessi. Si pensi alla lingua: secondo la scienza, il modo di parlare, le parole stesse, influenzano il modo di pensare, di ragionare. Adottare un idioma diverso dal proprio significa sradicare parte del proprio pensiero per sostituirlo gradualmente con un nuovo. Ma quando questi maestri parlano dell’Italia, si percepisce un senso di orgoglio, un qualcosa che dentro di loro, forse inconsapevolmente, non vuole lasciare andare quel DNA ereditato dai grandi artisti, scultori, pittori, architetti, compositori, poeti, scienziati e pionieri che hanno avuto il coraggio, per primi, di sperimentare. L’arte cinematografica è forse la mescolanza di tutto questo, e quando qualcuno riesce a ridefinirne gli orizzonti, io intravedo speranza.

Il libro si trova su IBS https://www.ibs.it/italiani-da-oscar-talento-italiano-libro-marcello-baretta/e/9788899141691

 

 

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