Diari dell’Armir. I racconti della ritirata e della prigionia di un fante e di un alpino

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Elio Carli  era un alpino artigliere della divisione Cuneense, mentre Giovanni Grandi era un fante guastatore della divisione Cosseria. Entrambi sul fronte russo vissero i terribili giorni della ritirata, ma mentre Grandi riuscì a sfuggire e tornare in patria – seppur assistendo a terribili momenti -, Carli cadde prigioniero dei sovietici e costretto alla dura marcia del Davai. Poi i trasporti su carri merci fino in Siberia dove venne internato.

I racconti recuperati da Roberto Andreuccetti oggi diventano un libro edito da Tra le righe libri dal titolo “Diari dell’Armir. I racconti della ritirata e della prigionia di un fante e di un alpino”. Il libro, che ha la prefazione di Pino Scaccia, racconta l’orrore della guerra e la tragica morte di migliaia di italiani morti durante gli scontri, congelati, distrutti dalla fame, e poi in prigionia consumati dal tifo o da altre malattie.

Presentiamo un brano dell’alpino Carli in merito all’ultima resistenza contro i russi:

“Dopo tre giorni di relativa calma arrivarono dolenti note perché subimmo un improvviso attacco russo.
Eravamo fermi in un villaggio ed in lontananza, sulle colline innevate si intravidero punti neri che sembravano tante formiche e che avanzavano  velocemente.
Dopo qualche minuto quei puntini si trasformarono in soldati della fanteria russa che muovevano verso di noi sparando. Cercammo di opporre la nostra resistenza a quel  drappello ben armato, posizionammo i  cannoni e facemmo partire i primi colpi per coprire gli alpini che stavano andando all’assalto. Dopo aver sparato alcune cariche dovemmo interrompere l’attacco perché avevamo terminato le munizioni.
Il comandante della batteria capitano Bergaglio, mi disse  di togliere l’otturatore dalla bocca da fuoco e di portarlo con me, perché se il nostro obice fosse stato catturato dai russi, non avrebbero potuto sparare.
La batteria  rimase con i quattro cannoni inutilizzabili e con i suoi uomini muniti soltanto di moschetto.

Trascinai l’otturatore per diversi metri, ma quando mi resi conto che sotto quel peso non sarei riuscito a procedere per molto, non esitai ad abbandonarlo nella neve.

Nella dura battaglia di quel giorno ci furono parecchi morti ed io persi di vista  due miei amici e compaesani: Rigali Delio e Porta Marino.  Ritrovai Delio  successivamente;  era rimasto  leggermente ferito e poggiava le mani sul retro di una slitta  trascinandosi a fatica perché aveva i piedi congelati.  Il suo sembrava un tentativo disperato di allontanare la morte.
Quella presa  diveniva sempre più debole  e nel momento nel quale avrebbe dovuto mollarla, per lui  sarebbe stata la  fine.
Mi  avvicinai e cercai di issarlo sopra la slitta, ma essendo questa stracarica di altri sfortunati come lui, la mia si rivelò  una fatica inutile. Gli camminai accanto, lo spinsi e lo sorressi finché potei.

Fino a quando Delio  mi disse: ‘Vai Elio! Cerca di salvarti almeno tu!’
‘No!’ – gli risposi. ‘Rimango qui con te!’
‘Vai Elio!  Tu non hai il mio problema! Cerca di camminare più veloce che puoi e non pensare a me! Ti prego vai!’
Capii che quello che Delio mi rivolgeva era un ordine; mi staccai da lui e proseguii in silenzio con il cuore colmo di angoscia”.

www.tralerighelibri.it

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