“Cesare Lombroso” a Barga racconta le razze criminali e la teoria dell’inferiorità dei meridionali

Sabato 17 dicembre alle ore 17 presso la sala consiliare del comune di Barga a  Palazzo Pancrazi, si terrà la presentazione del saggio “Cesare Lombroso e le razze criminali” di Flavio Guidi. Presenta il libro Andrea Giannasi.

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Pubblichiamo integralmente l’introduzione del saggio.

INTRODUZIONE DA L’UOMO DELINQUENTE ALLA “RAZZA MALEDETTA”

Nel 1898 Alfredo Niceforo pubblicava L’Italia barbara contemporanea[1], abbozzo di una fisiologia dell’Italia meridionale, sostenendo con la verità dei fatti, quindi in contrasto con qualsiasi spiritualismo o misticismo, l’esistenza in Sardegna, Sicilia e nel Mezzogiorno di tre popoli primitivi. Popoli non evoluti, portatori di una civiltà barbara sicuramente inferiore a quella dei settentrionali; inferiorità che affonda le sue radici in una immodificabilità della razza. Così, attraverso queste considerazioni e costruzioni si arrivava ad indicare nell’eredità biologica la causa prima della condanna delle popolazioni meridionali ad un arresto di sviluppo nel cammino del progresso.

Il libro di Niceforo può considerarsi il manifesto di una cultura positivista che proprio in quegli anni fine secolo cercava una risposta a quei problemi che l’unificazione ancora lasciava drammaticamente insoluti. Al mito unitario risorgimentale dell’Italia “una” e “unificata” si sostituivano i nascenti federalismi, mentre la pretesa inferiorità antropologica del Sud spiegava in modo facile e sbrigativo sia il fallimento di questi ideali che le nuove tensioni sociali di una nazione in continua trasformazione. Inoltre, la “scienza” positivista in qualche modo legittimava il desiderio di sicurezza della borghesia settentrionale che affrontava negli anni a cavallo dei due secoli la crisi economica e i moti insurrezionali in Sicilia e a Milano.

Il dibattito intorno a questo indirizzo antropologico è incentrato negli anni che vanno dal 1898 al 1901 e particolarmente nel 1898, anno in cui Il Pensiero Contemporaneo[2] avvia un’inchiesta sulla questione meridionale alla quale partecipano i maggiori positivisti (Lombroso, Sergi, Sighele, P. Rossi), ma anche meridionalisti come Colajanni, Salvemini e Fortunato. Inchiesta raccolta poi in volume da Antonio Renda[3] nel 1900.

Nell’arco di un decennio, sull’inferiorità del Mezzogiorno, si scrissero numerosi interventi, articoli, libri e saggi. Non vi era rivista alla moda – si vedano gli articoli sulla Nuova Antologia e sulla Vita Nuova, le recensioni ai libri di Niceforo su La Scuola Positiva diretta da Enrico Ferri oltre che sulla Rivista Popolare di Napoleone Colajanni – che non intervenisse nella questione. Emergono allora posizioni sostenute con toni spesso aspri e di polemica, ma anche con l’intensità che tocca problemi vivi nella coscienza di tutta l’intellettualità italiana. Anche perché gli scritti positivisti rispondevano proprio ad una esigenza di riforma, in alcuni casi “pedagogica”. Di conseguenza, e non raramente, ritroviamo in questi studiosi precise volontà di proposta sul latifondo, sul decentramento, sull’educazione, studi sulla pellagra e sulla malaria, oltre alla denuncia degli sfruttamenti che i contadini del Sud subivano; molti di loro come Niceforo, professano principi politici socialisti.

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In realtà, le “verità scientifiche” del positivismo non presentano una propria originalità ma si legano in modo indissolubile alla costruzione di uno stereotipo e a forme di autorappresentazione delle stesse popolazioni che ritroviamo, dalla fine del Settecento agli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento, nella letteratura di viaggio di Gissing[4], Lenormant[5] e De Tavel[6], in antropologi e in relatori di inchieste sulle condizioni del Mezzogiorno. In modi diversi tutti sottolineano l’esistenza reale di “due Italie”, con due distinte psicologie e caratteri opposti: civiltà-barbarie, progresso-arresto di sviluppo. Questo filo conduttore ci riporta anche a G.M. Galanti e al suo Giornale di viaggio in Calabria (1792) [7], dove i riti di lutto sono definiti vere e proprie barbarie: “Una pruova manifesta della ferocia dell’animo loro è di vedere che il nero è il colore favorito negli uomini e nelle donne. Sono indifferenti alla musica […]. I lutti sono soggetti a gran riti e formalità. Se ne trovano delle più barbare”[8]. E alle parole scritte dal Farini, corrispondente di Cavour nel napoletano, all’indomani dell’unità d’Italia che identificano il Meridione con l’Africa: “[…] amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e la Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa: i Beduini a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile”[9]. Si cominciava, fin dal 1860, ad avere coscienza dell’esistenza di “due Italie”.

A partire dagli anni Settanta, grazie a studiosi come Villari[10], Sonnino e Franchetti[11], Colajanni[12], Ciccotti[13], Fortunato[14], Salvemini[15], la questione meridionale, che nasce proprio nel momento in cui il Sud si pone dentro e in rapporto con lo Stato unitario con le sue strutture economiche e sociali diverse, e con il seguente sviluppo capitalistico, viene impostata nei termini di questione sociale, e soprattutto nazionale. Si accresce ora la consapevolezza di un Sud sfruttato dai ceti dominanti, con persone denutrite, analfabete, oppresse dalla malaria e dalla schiavitù del latifondo. In particolare, al di là dei limiti del meridionalismo liberale, conservatore, moralista, e di uno studio pubblicistico poco approfondito che non proponeva rimedi allo stato delle cose, individuano nel processo di unificazione politica, amministrativa, economica italiana e nel suo sviluppo attuale la causa principale, se non l’unica, dell’esistenza delle “due Italie”. Questi meridionalisti affermano un dualismo economico, politico e sociale in contrasto con quello razziale di Niceforo. Di fronte alle miserie del Sud l’unificazione italiana, voluta oltre che dai ceti dominanti del Nord anche dalle élites economiche e politiche del Sud, appare come un vero e proprio fallimento: i Fasci Siciliani del ‘93-‘94 oltre ai moti insurrezionali del ‘98 sono la prova di una sempre più grave spaccatura fra le due parti d’Italia.

È tuttavia con la radicale impostazione socialista di Salvemini all’inizio del Novecento che la questione meridionale trova le sue cause in una analisi della vita sociale, non solo storica (Nitti) e non solo naturale (Fortunato). La soluzione è in una politicizzazione generale delle masse e in una aperta proposta di federalismo e di suffragio universale, nella denuncia dello sfruttamento capitalistico ad opera del Settentrione. Salvemini individua i mali del Sud in una struttura di classe troppo oppressiva; il proletariato rurale deve allearsi con il proletariato industriale del Nord. Soluzione che anni più tardi proporrà Antonio Gramsci come unica via di uscita della questione meridionale. Di segno opposto sono gli indirizzi di Benedetto Croce sul ruolo politico degli intellettuali e la “borghesia umanistica” di Guido Dorso, contro la quale aveva rivolto critiche severe Salvemini.

L’immagine che in questi anni gli studiosi positivisti elaborano delle “due Italie” è frutto di una generalizzazione alla quale sfuggono le minute differenze all’interno del più ampio contenitore Italia del Nord, Italia del Sud. E spesso, gli antropologi positivisti operano una semplificazione arbitraria e superficiale della realtà. Se alla fine del secolo il meridionalismo classico e liberale era entrato in crisi travolto dagli avvenimenti storici, era in questo complesso e delicato momento che la facile scorciatoia dell’interpretazione razziale dell’inferiorità meridionale proposta dalla scuola antropologica positiva trovava il suo terreno più fertile.

Una gran parte nella costruzione delle “due Italie” va anche ricercata nel lavoro che i medici militari svolgono con le visite di leva dopo l’unificazione. In particolare, le note sul campo di Cesare Lombroso scritte durante la sua partecipazione come medico alla lotta contro il brigantaggio In Calabria (1862-1897)[16] denunciano le disperate condizioni igieniche e di arretratezza delle popolazioni calabresi, e individuano nelle componenti razziali la causa prima della criminalità barbarica presente nella regione. Inoltre, la pubblicazione nel 1896 del primo volume di risultati dell’Antropometria militare[17] di Ridolfo Livi, corredato da un Atlante della geografia antropologica d’Italia, ottenuto dalla raccolta di dati sullo spoglio dei fogli sanitari dei militari delle classi 1859-63 e relativo ai caratteri antropologici ed etnologici. L’Antropometria dimostrava proprio l’esistenza di “due Italie” per statura, peso, colore dei capelli e occhi, per indice cefalico (dolicocefalo al Sud, brachicefalo al Nord).

Dei risultati relativi alle visite di leva si serviva anche Lombroso per delineare i caratteri del suo “delinquente-nato”: le misure antropometriche dei criminali erano messe in relazione con quelle dei giovani normali e in particolare con quelle dei soldati. L’inevitabile conclusione era che i delinquenti, più pesanti, più alti e più grossi, mostravano i segni di una umanità primitiva e selvaggia, di una degenerazione. Anche Colajanni e Niceforo, con intenti opposti, leggevano i dati antropometrici dei soldati, e come vedremo non senza commettere errori e forzature di interpretazione.

Ma soprattutto, non è da sottovalutare il fatto che sono proprio i medici militari a ravvisare nell’alta percentuale di riformati alle leve post-unitarie una degenerazione della razza latina. È con le visite di leva e con l’istituzione ad opera del capitano Salvatore Guida[18], fin dal 1879, di un foglio sanitario matricolare, che si raccoglie il materiale per una conoscenza scientifica, e perciò fondata su statistiche, dell’antropologia dell’uomo italiano. Persino il bisogno avvertito da Lombroso di una “geografia medica” dell’Italia trae origine proprio dalla considerazione, condivisa dai medici militari, di rinvenire necessariamente il nesso fra patologia dei corpi rifiutati e patologia sociale.

L’interpretazione razziale dell’inferiorità meridionale e l’idea di decadenza della razza latina non possono non essere ricondotte agli studi antropologici di classificazione e di diffusione e origine delle razze che in Italia cominciavano a prendere corpo – si pensi all’Archivio per l’Antropologia e l’Etnologia (1871) di Paolo Mantegazza, periodico della Società Italiana di Antropologia –, così come alle teorie dell’Antropologia criminale sul delinquente-nato.

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L’atavismo del criminale-nato, la sua regressione, segno indelebile di una umanità primitiva e barbara, presenta quei caratteri che si ritrovano oggi nei popoli selvaggi (tatuaggi, caratteri psicologici, caratteri morfologici, cannibalismo, superstizione, insensibilità fisica e morale) e riconducibili senza esitazione alla costruzione dello stereotipo meridionale degli scienziati positivi. Del resto, non è un caso che L’Uomo delinquente di Lombroso sia spesso citato nell’opera di Niceforo. Primitivo, atavico, selvaggio, barbaro: il cerchio è così chiuso. Il criminale-nato è il segnale di una degenerazione atavica come lo sono i selvaggi, e come lo sono gli abitanti del Sud irrimediabilmente condannati dall’inferiorità biologica. E la mafia, la camorra, il brigantaggio non sfuggono a questa interpretazione. Il criminale-nato ripete la psicologia del selvaggio come la psicologia delle società inferiori, meno evolute, ripete la psicologia sociale delle tribù primitive non ancora toccate dalla civiltà: “In genere i più fra i delinquenti-nati hanno orecchi ad ansa, capelli abbondanti, scarsa la barba, seni frontali spiccati, mandibola enorme, mento quadro o sporgente, zigomi allargati, gesticolazione frequente, tipo, insomma somigliante al Mongolico e qualche volta al Negroide”[19]. La teoria dell’uomo delinquente nel Mezzogiorno trovava applicazione non solo ad un individuo ma a una intera popolazione.

Nel brigante calabrese Giuseppe Villella di Motta Santa Lucia, Lombroso rinviene la prova di forme somatiche ancestrali, non progredite: la fossetta occipitale mediana. Per lo studioso si tratterebbe del lobo medio o “verme” del cervelletto che si ritrova nei pesci, negli uccelli, nelle scimmie inferiori e, in una certa epoca di sviluppo, nel feto umano: “Questa regressione si spiega con un arresto fetale, come per Villella, sendo appunto a sei mesi il nostro feto, sia maschio che femmina, coperto di pelo negli arti e nella fronte”[20]. Nel cannibalismo di Verzeni, contadino ventenne, e in Teresa Gambardella, bambina di Salerno con spiccati caratteri quadrumani nella fronte coperta di pelo, l’analogia andava oltre fino ai carnivori; una regressione sub-umana, ancora più profonda.

Sul concetto di degenerazione della razza possiamo ricordare brevemente che questo, a partire da Joseph-Arthur de Gobineau[21], aveva ossessionato tutto il pensiero razziale della seconda metà dell’Ottocento. Lombroso, riprendendo questo pensiero da Benedict Augustin Morel, il quale definisce la “degenerazione come deviazione ereditaria dal normale tipo umano originario”[22], lo applica a tutto ciò che è normale e mediocre, mentre considera degenerato tutto ciò che è sopra la norma – equilibrio stabile-instabile del livello raggiunto dalla specie –; ad esempio il genio è degenerato, così come ciò che è al di sotto, il delinquente. La chiave di lettura è il misoneismo; è nella tensione fra il misoneismo e la rottura apportata dal genio o dal criminale che può nascere il progresso ordinato.

Nel campo delle lettere e delle arti è Max Nordau[23] con il libro dedicato a Lombroso, Degenerazione, a fissare il significato del termine, elogiando gli “uomini normali” che interpretano le virtù della borghesia liberale. Nella sensazione fin de siècle, nelle tendenze delle arti contemporanee, si riconosce la sindrome di due malattie: l’isterismo e la degenerazione. Una degenerazione scritta nei caratteri del corpo, fisiologica (asimmetria, orecchie ad ansa, labbra leporine), che non identifica unicamente il delinquente-nato, bensì tutti gli autori dell’arte fine secolo. Questi allora portano impresse sul proprio corpo le “stimmate” degenerative fisiche, ma anche intellettuali e morali. All’asimmetria del cranio e della faccia corrisponde depressione o esaltazione morbosa. E Nordau individua, accanto ai fisici, i tratti psicologici degenerativi: mancanza del senso morale, impulsività, egoismo, emotività, mancanza di coraggio, misticismo, incapacità di una lunga attenzione (si confrontino con l’uomo delinquente di Lombroso, e in seguito con il tipo mediterraneo).

Di particolare interesse, perché centrale nella “psicologia del meridionale”, è il tratto dell’uomo melanconico che in Nordau rappresenta l’avvilimento caratteristico del degenerato. Le arti non sono che regresso e decadimento; gli artisti e letterati, i degenerati, non parlano ma balbettano e tartagliano, dipingono come bambini, suonano come Mongoli e nella confusione delle arti le riconducono al loro passato primitivo indistinto. Tematiche, queste, che ritornano puntuali anche in Paul Bourget [24], dove le espressioni della decadenza letteraria e culturale sono legate alla degenerazione della razza.

Seguendo il metodo di Giuseppe Sergi [25] di classificazione delle razze in base alla forma del cranio, gli studiosi positivisti, in particolare Niceforo, rintracciavano in Italia due stirpi con caratteri diversi: gli Arii e Italici (Mediterranei). Questo, considerando la forma del cranio come carattere primario, e indice cefalico, capacità cranica, naso, fronte, occhi e barba come caratteri secondari. E da tali premesse, inevitabilmente, finivano per stabilire in modo del tutto semplicistico una gerarchia razziale, superiore-inferiore, che era invece, ovviamente, culturale. Individuavano i segni del progresso nel Nord grazie alle caratteristiche innate dei suoi abitanti, laboriosi e socialmente integrati, mentre al Sud, riproponendo antichi stereotipi dell’eccitabilità dell’io, dell’infantilismo e passionalità, della genialità, non era possibile uscire dal proprio stato di barbarie.

Con la “scienza positiva” e con queste “tipizzazioni” avveniva il passaggio dall’immagine del “buon contadino”, del “buon popolo”, da quel “paradiso abitato da diavoli”, sul quale ritornerà anche Benedetto Croce[26], alla teoria della “razza maledetta”, che non ammetteva, perché viziata alla radice dal determinismo biologico, una possibile via di uscita. Il Mezzogiorno non è più una terra che nasconde segreti tesori che la popolazione locale non sa sfruttare a causa del malgoverno, delle dominazioni secolari e non ultima quella borbonica. E non appare più favorito dal suo clima e dalla natura, come Cavour credeva all’indomani dell’unità, ma si presenta ora come esso è realmente. Il Meridione, terra non ricca ma naturalmente povera, o meglio vittima di uno sfruttamento inconsiderato e avvilente, così bene descritta dal pessimismo naturalistico di Fortunato. Anche questa è allora una “maledizione”, non razziale, bensì che nasce dai tratti geografici e naturali del Sud. In realtà, la ricchezza che il Sud aveva accumulato era conseguenza di un regime conservatore che aveva fino ad allora ridotto gli investimenti pubblici e mantenuto una lieve pressione fiscale. Fu il nuovo regime liberistico post-unitario a travolgere il Meridione e le sue poche attività manifatturiere, oltre ad aumentare la pressione fiscale, cosicché già pochi anni dopo l’unificazione si cominciava a intravedere che fra il Nord e il Sud esistevano vere divergenze, non solo di sviluppo, ma anche nella struttura della vita civile.

Con la costruzione del tipo mediterraneo come modello generale compiuta dagli antropologi positivisti svaniscono le diverse specificità regionali; in particolare, è il tipo calabrese, il più caratterizzato in identità da tutta una lunga tradizione secolare, a confluire all’interno del più vasto “contenitore” del meridionale. D’altra parte, resta pur vero che quando più tardi Lionello De Nobili[27] scriverà del contadino calabrese compirà il passaggio inverso, desumendo dal tipo mediterraneo il particolare calabrese. In questo modo il tipo mediterraneo diviene la chiave di lettura dei diversi tipi regionali, evidenziando la forza negli anni delle tipizzazioni positiviste.

Contro il romanzo antropologico di Niceforo e le sue generalizzazioni si schiererà con forza e non senza violenza polemica Napoleone Colajanni, che alla tesi biologica contrappone quella storica e sociale. Il Nord ha trattato il Sud come una colonia per i propri traffici, e per i mali morali ed economici del Sud l’unica soluzione è stata la repressione e la violenza: “I fratelli settentrionali (considerano il Sud) come una colonia popolata da barbari-una colonia dove vi era soltanto un buon mercato pei loro prodotti industriali”, e hanno risposto ai bisogni delle popolazioni meridionali “coll’insulto e colla calunnia chiamandoli sudici e barbari”[28].

La forza delle costruzioni compiute alla fine dell’Ottocento in campo antropologico è riscontrabile nella capacità che queste hanno avuto di condizionare le posizioni di chi come Colajanni era nettamente contrario ad una impostazione fisiologica dei problemi, di creare adesioni, suscitare polemiche, di svolgere opera pratica nel vivere civile. Nell’influenzare la stessa magistratura come nel caso Musolino del 1903 con la perizia di Enrico Morselli e Sante De Sanctis[29], psichiatri d’impostazione positivista accoglievano le teorie di Lombroso sul reo-nato di Niceforo e di Sergi per spiegare la psicologia e i comportamenti del bandito calabrese. Nello studio medico-legale emerge che nell’esagerazione del suo temperamento Musolino è il criminale tipico della sua regione: rappresenta e conferma la primitività della popolazione a cui appartiene. Su queste basi, con Musolino, vengono condannati tutti i meridionali come fanatici superstiziosi, e la Calabria diventa il luogo dove vivono i degenerati epilettici che portano innati i segni dell’omicida, dal momento che l’epilessia include l’atavismo, come dimostra l’analogia della fisionomia con il criminale[30].

La ventata positivista della seconda metà dell’Ottocento ha influenzato con la sua presa magistrati, medici, intellettuali, persino meridionalisti, che in ogni modo hanno dovuto confrontarsi con essa; non solo, ma anche la visione che oltre oceano nasceva dell’emigrazione italiana, considerata con sospetto di essere, per caratteri genetici, portatrice di criminalità. Inoltre, ha legittimato la repressione da parte di una classe dirigente dei ceti popolari, alimentando soprattutto quella divisione che Antonio Gramsci rilevava fra ceti popolari del Nord e quelli del Sud. Scrivendo della questione meridionale: “È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del settentrione: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa storica, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari, temperando questa sorte matrigna con l’esplosione puramente individuale di grandi geni, che sono come le solitarie palme in un arido e sterile deserto”[31]. E il Partito socialista ha le sue colpe come veicolo di questa ideologia borghese nel proletariato settentrionale, dando “il suo crisma a tutta la letteratura ‘meridionalistica’ della cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva, come i Ferri, i Sergi, i Niceforo, gli Orano e i minori seguaci, che in articoli, in bozzetti, in novelle, in romanzi, in libri di impressioni e di ricordi ripetevano in diverse forme lo stesso ritornello; ancora una volta la ‘scienza’ era rivolta a schiacciare i miseri e gli sfruttati”[32].  Oltre a questa frattura Nord-Sud un’altra se ne era aperta all’interno del Meridione stesso, con la giustificazione scientifica dello sfruttamento dei contadini meridionali da parte del blocco agrario.

Ancora nel 1955, in uno scritto di Friedrich Vochting[33] sulla questione meridionale, ritorna la diversità etnica a spiegare “l’immutabile passività” della popolazione meridionale. Lo storico tedesco riafferma il pessimismo e la sfiducia nella possibilità di cambiamento e rinnovamento delle popolazioni del Sud, proponendo nuovamente, così come Rossi e Sergi, la possibilità degli incroci etnici per accedere a più alti gradi di civiltà.

Oggi come ieri, a distanza di un secolo da L’Italia barbara contemporanea di Niceforo e dal dibatto di fine Ottocento, assistiamo a nuovi razzismi verso il Meridione, un’altra volta “palla di piombo” del Nord. Ma questi segnali che arrivano da “i nipotini di Lombroso”, come li definisce Giovanni Russo[34], e dai signori delle leghe poco hanno di nuovo e in parte si rifanno a vecchi stereotipi e a vecchie contrapposizioni fra i celti del Nord, i nordici, e i terroni del Sud, i “sudici”: “L’idea dell’inferiorità razziale dei meridionali […] non è mai scomparsa nell’inconscio collettivo dei settentrionali ed è un’idea tanto più pericolosa in quanto ad essa tende a contrapporsi un sudismo intriso di ‘nostalgia borbonica’ che i meridionali, che si ispirano alle idee del Risorgimento e dell’unità, hanno sempre combattuto”[35]. Ancora adesso, purtroppo, “il termine ‘meridionale’ si identifica con la criminalità, il malaffare, la corruzione”[36].

La riflessione odierna su quella che è stata definita la “questione settentrionale” non può essere scissa da una visione che è ancora profondamente legata alla dualità della società italiana che si presenta, indubbiamente, con una società del Nord e una del Sud. E questo nonostante che il fenomeno immigrazione ne abbia spesso, in particolare nelle grandi città del Settentrione, confuso i caratteri, dimostrando dunque la necessità di ripensare in modo critico l’unità d’Italia, e offrendo soluzioni che non si devono esaurire nei fallimentari interventi speciali.

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NOTE

[1] A. NICEFORO, L’Italia barbara contemporanea (Studi ed appunti), Milano-Palermo, Sandron, 1898.

[2] Il Pensiero Contemporaneo. Rassegna quindicinale d’arte e scienze sociali, pubblicato a Catanzaro (Stab. tip. del Corso) dal 15 gennaio 1899 (anno I, n. 1) al 30 novembre 1899 per complessivi 9 numeri. Il direttore fu Antonio Renda. L’inchiesta e il questionario vennero presentati il 16 febbraio 1898. Cfr. Il Pensiero Contemporaneo, op. cit., anno I, n. 3, pp. 34-35. Furono coinvolti i maggiori intellettuali sia di preparazione positivista che meridionalisti liberali. Intervennero, tra gli altri, C. Lombroso, A. Loria, G. Ferrero, S. Sighele, P. Rossi.

[3] A. RENDA, La questione meridionale. Inchiesta, Milano-Palermo, Sandron, 1900.

[4] G. GISSING, By the Jonian sea, Londra, 1892; trad. it. Sulla riva dello Jonio, trad. e intr. di M. Guidacci, Bologna, Cappelli, 1971 (I ediz. 1957).

[5] F. LENORMANT, La Grande Grèce. Paysages et historie, 3 voll., Parigi, 1881; trad. it. La Magna Grecia, a cura di A. Lucifero, Crotone, 1931, rivista da G. Pugliese Carratelli, 3 voll., Chiaravalle Centrale, Frama, 1976.

[6] D. DE TAVEL, Lettere dalla Calabria, intr. e trad. di C. Carlino, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1985 (sono lettere scritte dall’ufficiale francese dal 1807 al 1810).

[7] G.M. GALANTI, Giornale di viaggio in Calabria (1792), seguito dalle memorie e relazioni scritte all’occasione, edizione critica di A. Placanica, Napoli, Società Editrice Napoletana, 1981.

[8] Ivi, p. 349.

[9] L.C. FARINI, In M.L. SALVADORI, Il mito del buongoverno. La questione meridionale da Cavour a Gramsci, Torino, Einaudi, 1960 (nuova ediz. 1976), p. 28.

[10] P. VILLARI, Lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in Italia, Torino, Bocca, 1885.

[11] L. FRANCHETTI – S. SONNINO, Inchiesta in Sicilia, intr. di E. Cavalieri (1925), Firenze, Vallecchi, 1974.

[12] N. COLAJANNI, Settentrionali e meridionali. Agli Italiani del Mezzogiorno, Milano-Palermo, Sandron, 1898; ID., Per la razza maledetta, Palermo, Sandron, 1898; ID., Latini e Anglosassoni (Razze inferiori e razze superiori), Roma-Napoli, 1906 (I ediz. 1903).

[13] E. CICCOTTI, Mezzogiorno e Settentrione d’Italia, in N. Colajanni, Settentrionali e meridionali, op. cit., pp. 69-101.

[14] G. FORTUNATO, Le due Italie, in “La Voce”, anno III, n. 11, 1911.

[15] G. SALVEMINI, Scritti sulla questione meridionale (1896-1955), Torino, Einaudi, 1955.

[16] C. LOMBROSO, In Calabria (1862-1897). Studii con aggiunte del Dr. Giuseppe Pelaggi, Catania, Giannotta Editore, 1898 (ristampa anastatica con premessa di P. Crupi, Reggio Calabria, Casa del libro, 1980). Lombroso riprende, con poche aggiunte e modifiche, le sue note raccolte dopo l’unificazione in Calabria, ripubblicandole nel 1898 in pieno dibattito sull’inferiorità razziale dei meridionali.

[17] R. LIVI, Antropometria militare. Risultati ottenuti dallo spoglio dei fogli sanitarii delle classi 1859-63, Parte I, Dati antropologici ed etnologici e Parte II, Dati demografici e biologici, Roma, Giornale Medico del Regio Esercito, 1896-1905.

[18] S. GUIDA, Note sulla maniera di raccogliere i caratteri fisici e antropometrici indicati nel foglio di sanità del libretto personale del soldato, in “Giornale di medicina militare”, 1879, p. 1242.

[19] C. LOMBROSO, L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alle discipline carcerarie, vol. I, V ediz., Torino, Bocca, 1896, p. 278.

[20] ID., L’uomo bianco e l’uomo di colore. Letture su l’origine e le varietà delle razze umane, Padova, Sacchetto, 1871, p. 158.

[21] In Gobineau emerge l’idea della mescolanza delle razze come fattore contraddittorio di degenerazione (decadenza) e progresso dalla barbarie (civilizzazione). In F. DE FONTETTE, Il razzismo, Milano, Mondadori, 1995, pp. 64-65.

[22] In G.L. MOSSE, Il razzismo in Europa dalle origini all’Olocausto, Milano, Mondadori, 1992, pp. 92-93.

[23] Pseudonimo dello scrittore Max Simon Sudfel (nato a Budapest nel 1849, morto a Parigi nel 1923), svolse a Parigi la sua attività di scrittore e giornalista. Dai suoi studi giovanili di medicina trasse una terminologia che utilizzò per una diagnosi della moderna umanità degenerata. I suoi scritti, Degenerazione (1892-3), Le menzogne convenzionali (1912) e Paradossi (1914), sono oggi considerati solo come esempio del gusto equivoco cui giunse la pseudo-scienza positivista. Presto sorpassato dai tempi, aderì al movimento Sionista.

[24] P. BOURGET, Essais de psychologie contemporaine, Paris, Lemerre, 1883. Espressione della degenerazione razziale, connessa alla decadenza letteraria e culturale, sono il cosmopolitismo, la perdita delle radici, il dilettantismo e il misticismo. Negli Essais emerge il tema dell’usura e dell’esaurimento dell’energia di una razza. La razza è condannata nel metissage quando dimentica la tradizione, la fedeltà ai costumi e la religione. In Bourget il tema delle radici della razza a cui restare fedeli si fonde con il tradizionalismo e il nazionalismo. E segnali della mescolanza del sangue sono nichilismo ed estetismo: “Quello di Bourget è l’estetismo della fine: la décadence è comunque legata all’esaurirsi delle capacità creative ed attive di una razza.”. In G. CAMPIONI, L’Identità ferita. Genealogie di vecchie e nuove intolleranze, Pisa, ETS, 1993, p. 32. Si veda anche pp. 29-31. Inoltre, in questo lavoro il tema è successivamente sviluppato nel Prf. 2.2.

[25] G. SERGI, Arii e Italici. Attorno all’Italia preistorica, Torino, Bocca, 1898; ID., Specie e varietà umane. Saggio d’una sistematica antropologica, Torino, Bocca, 1900; ID., La decadenza delle nazioni latine, Torino, Bocca, 1900; ID., Le degenerazioni umane, Milano, Dumolard, 1889.

[26] B. CROCE, Uomini e cose della vecchia Italia, serie I, Bari, Laterza, 1927, p. 68 e sgg.

[27] L. DE NOBILI, L’emigrazione, in D. TARUFFI, L. DE NOBILI, C. LORI, La questione agraria e l’emigrazione in Calabria, Firenze, Barbera, 1908.

[28] N. COLAJANNI, Settentrionali e meridionali, op. cit., pp. 36-37.

[29] E. MORSELLI, S. DE SANCTIS, Biografia di un bandito. Giuseppe Musolino di fronte alla psichiatria e alla sociologia. Studio medico-legale e considerazioni, Milano, Treves, 1903.

[30] C. LOMBROSO, L’Uomo delinquente, op. cit., voll. II., V ediz.

[31] A. GRAMSCI, La questione meridionale, Roma, Editori Riuniti, 1991, pp. 9-10.

[32] Ibid.

[33] F. VOCHTING, La questione meridionale, Napoli, Istituto Editoriale del Mezzogiorno, 1955.

[34] G. RUSSO, I nipotini di Lombroso. Lettera aperta ai settentrionali, Milano, Sperling & Kupfer, 1992.

[35] Ivi, p. VIII.

[36] Ivi, p. IX.

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