“Capitale corrotta = nazione infetta”. Il saggio su Arrigo Benedetti fondatore e direttore dell’Espresso di Alberto Marchi

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“Capitale corrotta = nazione infetta”. Il saggio su Arrigo Benedetti fondatore e direttore dell’Espresso di Alberto Marchi

Il direttore dell’Espresso Arrigo Benedetti e Manlio Cancogni nel 1955 raccontarono gli affari del sindaco ingegnere e palazzinaro, Mister 400 miliardi, Salvatore Rebecchini, in una capitale d’Italia corrotto e infetta.
Pubblichiamo uno stralcio tratto dal libro in uscita per Tra le righe libri “L’ostinazione laica. L’esperienza giornalistica di Arrigo Benedetti” (pagg. 220 – euro 15,00 – ISBN 9788899141202).

L’impatto dell’«Espresso» nell’opinione pubblica e nella vita politica nazionale fu ben presto incisivo. Sul numero dell’11 dicembre 1955 Arrigo Benedetti lanciò in prima pagina il titolo destinato a entrare nel lessico giornalistico nei decenni a venire: Capitale corrotta = nazione infetta. È una delle pagine insieme più famose e più alte del nostro giornalismo del dopoguerra. Questo slogan introduceva all’inchiesta di Manlio Cancogni che veniva pubblicata a pagina 3 di quel numero, intitolata Mister 400 miliardi. Cancogni si sarebbe dovuto limitare in origine ad un ritratto del sindaco di Roma  Salvatore Rebecchini, uomo politico democristiano che di professione faceva l’ingegnere ed era anche assistente universitario, e che veniva considerato come un uomo molto legato al Vaticano. L’inviato dell’«Espresso» però non fu ricevuto nonostante una lunga anticamera. Non potendo intervistare il sindaco di Roma, Cancogni si mise perciò a studiare con attenzione la documentazione che sul fenomeno colossale della speculazione edilizia nella capitale aveva raccolto il consigliere comunale ed ex assessore della giunta capitolina Leone Cattani, che nelle sedute consiliari aveva più volte denunciato le malversazioni degli speculatori a danno dei cittadini. Ne venne fuori così un’inchiesta clamorosa, che in modo estremamente chiaro e diretto illustrava il meccanismo che permetteva alla Società Generale Immobiliare, le cui azioni erano di proprietà al 50% del Vaticano, di lucrare profitti immensi con la complicità del Comune:

Un vano a Vigna Clara − scriveva Cancogni − si vende a 1.300.000 lire. Il costo, si valuta 650.000 lire. Il margine va per metà alla Società edilizia Vigna Clara che ha costruito il quartiere, e per metà alla Società Generale Immobiliare, proprietaria dei terreni e che ha fatto il piano regolatore, subentrando al Comune, e ha dato alla zona il suo carattere di residenza di lusso. Oggi, grazie a questo nucleo così spiccatamente signorile, e naturalmente grazie ai lavori del Comune che oltre ad avere fatto la grande arteria di raccordo con la vecchia Cassia, ha portato sul luogo tutti i servizi, l’Immobiliare vende i terreni intorno a Vigna Clara a 40.000 lire al metro quadrato. Li aveva comprati a prezzo agricolo, intorno alle quattrocento lire.

Cancogni metteva in evidenza in modo esemplare un dato sconcertante: mentre le società immobiliari private (le maggiori, come la Società Generale e quelle minori ad esse collegate) costruivano quartieri di lusso che il Comune forniva di tutti i servizi, la vita dell’intera popolazione era compromessa. Roma, infatti, raccontava Cancogni, non aveva uno vero e proprio sviluppo industriale: 28 mila famiglie vivevano ancora nelle baracche della Tuscolana, della Prenestina o del Campo Parioli, e oltre trecentomila famiglie erano costrette a pagare affitti a prezzi elevati, sproporzionati alle loro possibilità, oppure adattarsi a vivere in case vecchie, prive di servizi e spesso fatiscenti.

Per contro il Comune, anche per le spese necessarie a dotare le immense aree della lottizzazione dei servizi necessari, si era indebitato in modo consistente, dovendo pagare una quantità di denaro ingente di interessi. Per onorarli non bastava il gettito complessivo annuale delle imposte dirette.

Ciò che però spesso viene trascurato nelle ricostruzioni storiche o giornalistiche di questa magistrale inchiesta è il dato della continuità: «L’Espresso» non si limitò a pubblicare un articolo lasciando cadere la notizia, come sempre più spesso avviene nel giornalismo contemporaneo, senza dare un seguito di attenzione a fatti tanto eclatanti. Benedetti, al contrario, anche dopo un nuovo articolo di Cancogni che comparve nel gennaio del 1956, incalzò ripetutamene Rebecchini a intervenire pubblicamente su quanto raccontato dal suo giornale. Ma il sindaco non fece sentire mai la sua voce. Tanto è vero che di lì a pochi mesi la copertina del numero dell’8 aprile 1956 del settimanale romano, riproponendo il celebre slogan Capitale corrotta = nazione infetta, amaramente constatava: «La risposta di Rebecchini non c’è stata». Nell’occhiello «L’Espresso» precisava: «La nostra non è una gara con il sindaco, ma una campagna di interesse generale: invochiamo perciò sull’amministrazione di Roma un dibattito parlamentare». Era questo il vero obiettivo di Benedetti: fare della corruzione di Roma un caso esemplare.  Egli intendeva generare un dibattito nell’opinione pubblica che servisse a far prendere coscienza della gravità della situazione. Vi ravvisava pericoli per la democrazia e per le condizioni economiche e sociali della popolazione, insiti in comportamenti di quei pochi che per soddisfare le loro brame di ricchezza e di potere contribuivano a tenere in condizioni penose le decine di migliaia di diseredati sprovvisti di una casa.

L’affondo di Benedetti nei confronti del sindaco fu pertanto diretto ed inequivocabile. Nell’articolo appena citato, pubblicato in prima pagina con la data dell’8 aprile, a sua firma, scriveva:

Dunque l’ingegner Salvatore Rebecchini, sindaco di Roma, non ha risposto alle nostre accuse: l’avevamo incolpato di gravissime responsabilità amministrative, avevamo indicato in lui il rappresentante (diretto o indiretto è difficile dirlo senza un dibattito pubblico) di una clamorosa corruzione, avevamo descritto in che modo, nell’amministrazione municipale romana, l’interesse particolare abbia avuto sempre il sopravvento su quello generale; ma Rebecchini non ha risposto. Quando nel n. 11 anno I dell’«Espresso», il nostro redattore Manlio Cancogni descrisse con molto realismo ciò che succede nella divisione urbanistica del Comune, alcuni lettori scandalizzati ci domandarono se non avevamo per caso esagerato. Rispondiamo ora: non esagerammo.

Se la risposta di Rebecchini non era mai giunta, arrivò però la reazione della Società Generale Immobiliare e del suo presidente Eugenio Gualdi, anch’egli ingegnere, che querelò Cancogni per  diffamazione. I passi dell’articolo di Cancogni che avevano indotto l’Immobiliare a portarlo in tribunale erano principalmente questi: «Certo non è facile in Campidoglio resistere a una potenza come l’Immobiliare. I funzionari comunali, i tecnici, i membri della commissione ricevono stipendi assai bassi». Nel processo che ne seguì fu incriminato anche Arrigo Benedetti, inizialmente quale direttore responsabile del giornale, ma poi anche per concorso in diffamazione specifica: era avvenuto che nella prima udienza il direttore aveva personalmente precisato di aver partecipato attivamente alla preparazione del materiale dell’inchiesta1, facendo dunque una sorta di confessione non tanto della propria responsabilità, quanto sicuramente del suo coinvolgimento diretto nell’inchiesta.

La vicenda ebbe una vasta risonanza, sia nel mondo della stampa sia nel mondo della politica. «L’Espresso» aveva portato sotto i riflettori di un vasto pubblico fatti intorno ai quali le denunce e le polemiche aspre non erano mancate negli anni immediatamente precedenti. 2

Nel 1956 i giornali italiani seguirono da vicino il processo intentato a Benedetti e Cancogni. Le udienze furono alcune decine e alla fine del primo grado di giudizio la sentenza della IV sezione del Tribunale di Roma (29 dicembre 1956) fu di assoluzione per insufficienza di prove. L’Immobiliare ricorse in appello, come pure Benedetti e Cancogni che non erano soddisfatti di un verdetto che lasciava il dubbio di una possibile responsabilità diffamatoria. Ma l’esito del processo di secondo grado fu clamoroso: la Corte di appello romana infatti, il 23 dicembre 1957, ribaltò la sentenza del tribunale e condannò entrambi a otto mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 70.000 lire. Ancora una volta vasto fu lo scalpore suscitato da questa decisione.

 

Note

[1] I resoconti dei quotidiani dell’epoca costituiscono una fonte cospicua di notizie sul processo intentato a Cancogni e Benedetti: il risalto che il caso ebbe nella stampa italiana fu di vasta portata. Per i particolari circa l’incriminazione di Benedetti per un titolo «proprio», oltre che per la responsabilità oggettiva di essere il direttore responsabile della testata sulla quale era stato pubblicato l’articolo oggetto di denuncia, si veda «L’Unità» di giovedì 15 novembre 1956: «Il processo sulle speculazioni edilizie riprende oggi dopo una pausa di quattro mesi» (pag. 5).

2 Per una ricostruzione delle vicende della speculazione edilizia a Roma nel secondo dopo guerra, si veda V. De Lucia, Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento dalla sconfitta di Fiorentino Sullo a Silvio Berlusconi, Castelvecchi Rx, Roma, 2013. Fiorentino Sullo (1921-2000) fu ministro dei Lavori pubblici dal 1962 al 1963 e in tale veste si fece promotore di una riforma urbanistica giudicata molto avanzata, che però fu sconfessata dalla segreteria nazionale della Democrazia cristiana nel 1963.

 

 

Arrigo Benedetti, nacque a Lucca nel 1910. Esordì in letteratura sulla rivista «Il Selvaggio»,  diretta da Mino Maccari. Nel 1937 con Leo Longanesi fu redattore di «Omnibus». Nel 1939 fondò, con Mario Pannunzio, «Oggi», soppresso dalla censura nel 1942. Nel 1945 fondò «L’Europeo» e poi, nel 1955, «L’Espresso».

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