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Cosa significa scrivere un libro? Quale la scintilla, l’urgenza che prova una persona nel “dover” scrivere?

Scrivere, almeno per me, è una necessità. Scrivo in ogni luogo: non solo in casa, ma nei caffè, nelle sale d’attesa, sulle panchine, al gabinetto, in macchina (quando non sono io a guidare). E scrivo versi e riflessioni, interventi e pagine di diario.
Scrivere invece un libro nasce da una necessità, ma diventa fatica, una tremenda fatica, perché non ci sono limiti alla possibilità di migliorare, di renderlo più profondo, più scorrevole. E significa anche, per me, pubblicare “qualcosa” che abbia il senso di poter stare dentro un’industria che sforna migliaia di libri all’anno e che ha alle spalle grandissimi romanzi. Da qui un senso quasi “sacrale” che ha la pubblicazione, che mi ha paralizzato per tanto tempo.

 

Leggere è base prioritaria per approdare alla scrittura. Vorrei sapere i nomi degli scrittori e delle scrittrici che ti hanno portato fino a questo porto.

Diversi anni fa, cercai di scrivere, sull’onda di un libro di Henry Miller, quali fossero “gli scrittori della mia vita”, dando però alla parola scrittori un significato ampio: non solo romanzieri o poeti, ma filosofi, psicoanalisti, sociologi e perfino politici. Iniziai così a fare una lista di coloro che mi avevano, in qualche misura, influenzato o interessato. Iniziai, ma ben presto mi fermai. La mia risposta comunque è duplice.
La prima: sono tanti coloro che mi hanno intrigato. Accenno brevemente, per dare un’idea: Sartre per la filosofia della libertà; Moravia per la capacità di costruire l’azione anche attraverso il flusso dei pensieri; Pasolini per l’acutezza semiologica e per quel “gettare il mio corpo nella lotta”; Leopardi per quei versi visionari che camminano e insieme cantano; Edgar Morin per il tentativo eroico di cogliere la complessità del Pianeta unificando le molteplici discipline; Lucio Magri per la limpidezza e lucidità nella ricerca delle radici ultime nell’analisi politica: e potrei continuare con Tolstoj e Dostoevskij, Rimbaud e Stendhal, Henry Miller e Anais Nin, Gramsci e Roland Barthes, Hammett e Patricia Highsmith, Arthur Schnitzler e Bukowski…
Secondo: nessuno forse mi ha veramente influenzato, almeno stilisticamente. Perché ho una mia voce, che scrivendo ricerco, ed è una voce che deve trovare un ritmo, una musicalità, il cui timbro ritrovo anche in ciò che malamente scrivevo nell’adolescenza. Ed è una voce che ha in sé un imperativo categorico: un immaginario lettore, non necessariamente colto, ma che vuole capire, che vuole sentire.

 

Il primo libro non si scorda mai. Quale il tuo e dove, come, quando, perché?

Ci sono i libri dell’infanzia: per un verso l’avventura (Salgari), per un altro il banale romanticismo ( i romanzi rosa di Delly). Ho scoperto il romanzo nel momento in cui percepivo l’io sono con “La disobbedienza” di Alberto Moravia. Avevo 16 anni, facevo tormentosamente ragioneria, quando un amico di classe più maturo me lo prestò perché lo leggessi. Fu una folgorazione. Lì c’erano sesso, rivolta, solitudine e uno sguardo introspettivo acuto, con cui iniziai a confrontarmi. Da Moravia a Sartre, da Dostoevskij a Thomas Mann, da Freud a Marx, come autodidatta. Abbandonai la scuola. Diventai un altro. La mia avventura esistenziale iniziò.

 

Il mondo del libro è complicato e disastrosamente gestito e spesso si fa fatica a riconoscere un buon libro da uno pessimo. I tuoi gesti in libreria. Come si “annusano” i libri. Come si scelgono (se sei tu che scegli loro o avviene il contrario).

Compro molti libri. Di questi numerosi in librerie a metà prezzo o nei banchetti. Qui ci sono occasioni straordinarie, spesso, più sorprendenti (mi dispiace scriverlo) di ciò che si può scovare nella maggioranza delle librerie. I libri li cerco sulla base di “amori” non ancora esauriti, mentre “altri amori” sono appena nati o possono nascere. Per esempio in questi due o tre anni mi sono, per così dire, innamorato di Amos Oz e di Abraham Yehoshua, di Philip Roth e di Kenzaburō Ōe, di Georges Simenon e di John M. Coetzee per citarne i più significativi.
Succede tuttavia, come a molti, che sfogliando un romanzo (e un autore) che non conosco ci sia una storia, dei giudizi di critici che stimo, una copertina, anche un tipo di impaginazione che m’intrigano e può iniziare una nuova scoperta. In conclusione: sono io che scelgo i libri, ma non sempre. E quando questo mi fa scoprire un nuovo autore o una nuova autrice per me, come scriveva Deleuze, è una festa.

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